Louise Labé (1524 – 1565)

untitledLouise Labé nasce Louise Charly, presumibilmente nel 1524 a Lione (Francia), da Pierre Charly ed Etienne Royber.
Il nome Labé proviene da una situazione imprenditoriuale, in quanto il padre, in prime nozze aveva sposato una vedova di un artigiano cordaio di nome Labé, e quindi per una questione di marchio questo nome resterà non solo per definire l’azienda ma anche come riferimento della famiglia, tanto che Louise lo prenderà come nomignolo.
Sia per l’attività redditizia di cordaio sia per aver ereditato diversi patrimoni nei suoi numerosi matrimoni, il padre Pierre diviene benestante e permette a Louise e alla numerosa famiglia di vivere una vita agiata.
Louise ha una buona educazione letteraria, una formazione ampia nei classici e nell’umanesimo italiano: impara il latino, lo spagnolo, l’italiano, l’arte del ricamo, la musica, e frequenta inoltre la scuola di scherma e la scuola di equitazione dei fratelli.
È tanto coinvolta nelle arti marziali e nell’equitazione che è solita partecipare ai tornei vestita da uomo, tale che anche il suo cavalcare è nello stile maschile.
Sembra che partecipi, sempre vestita in abiti maschili, alla battaglia di Perpignan, accanto a Enrico II, con il nome di “Capitano Loys”.
Ancora giovane conosce poeti e scrittori della sua città, diventando un riferimento mondano nei salotti di Lione, per il suo fascino, per la sua cultura e per il suo amore per la poesia.
Seduttrice, ama, è riamata, è ricercata, è corteggiata, si concede, vive la sua vita con serena trasgressione.
Nel 1545 sposa un cordaio benestante, Ennemond Perrin, con almeno venticinque anni più di lei.
Realizza nella sua ricca casa di Lione un vero e proprio laboratorio letterario “bureau d’esprit”, che diviene il punto d’incontro della società più distinta e più letterata, viene soprannominata « La Belle Cordière » (la bella cordiera) per essere figlia e moglie di un cordiere.
Artisti, avvocati, letterati e uomini di cultura, e ricchi italiani figurano come ospiti abituali, tra i quali alcuni come amanti, di questo cenacolo, come Maurice Scève, Claude de Taillemont, Antoine du Moulin, Guillaume Aubert, Jean-Antoine de Baïf, Pontus de Tyard, Jacques Pelletier du Mans, Olivier de Magny, Luigi Francesco Alamani, Antoine Fumée, e infine il suo avvocato e amico fiorentino Fortini.
L’ulteriore agiatezza, specialmente dopo la morte del marito nel 1556, le permette di vivere una vita di lusso e piacere, di spregiudicatezza e di libertinaggio tanto che spesso è additata (specialmente da ex-amanti o da uomini respinti, o gente invidiosa) come donna licenziosa, per la sua vita piena di amori, veri o presunti.
Scrive fin dal 1547, prima una opera in prosa e poi numerose poesie nello stile rinascimentale di allora.
Si conosce poco della sua vita, se non le sue opere, tanto che alcuni critici hanno rappresentato Louise in diversi modi: oltre che scrittrice, ora cortigiana, ora cavaliere, lesbica, prostituta, alimentando uno strano mistero su questa figura.
Le poche notizie sulla sua esistenza ha indotto letterati a molte congetture, tanto che dopo la morte alcuni critici del XVI secolo, hanno pensato a lei come ad un personaggio inventato per goliardia dal gruppo letterario di Lione, tesi questa ripresa anche qualche anno fa (2006) da Mireille Huchon, docente ginevrina, che ipotizza tutta la storia come una finzione elaborata da alcuni poeti dell’epoca del gruppo di Maurice Scève, ovvero che Louise Labé non sia altro che una creazione immaginaria, una sorta di “creature del papier”.
Ovviamente il mondo della cultura, tra le quali la più violenta quella di Marc
louisenbpFumaroli dall’ “Accadémie Francaise”, ha reagito immediatamente, contestando in modo deciso questa tesi.
Già nel 2005, in occasione del compimento dei quattro secoli e mezzo dall’uscita dell’opera, Louise ha ricevuto la consacrazione universitaria ufficiale accanto ai grandissimi nomi maschili, con l’inserimento del suo nome nel programma di “Agrégation de Lettres Modernes”, confermando la traccia indelebile, nella cultura francese, delle sue opere.
Gravemente malata si ritira nella casa di campagna di Parcieux, e dopo aver fatto testamento delle sue rilevanti ricchezze, favorendo i poveri e le giovani madri, muore il 15 febbraio 1565.

[ © LdV ]

“Le plus grand plaisir qu’il soit après l’amour, c’est d’en parler”– Louise Labé

SONETTO XVIII

Baciami ancora, ribaciami e bacia:
dammene uno dei tuoi più succosi,
dammene uno dei tuoi più passionali,
te ne renderò quattro più ardenti della brace.

Ti meravigli? Placo la mia inquietudine,
dandotene altri dieci mielosi.
Così, mescolando i nostri gradevoli baci,
godiamo l’un dell’altro del nostro piacere.

E sarà per entrambi una doppia vita.
Ognuno vivrà in se e nell’altro.
Permettimi, Amore, di pensare qualche follia:

sto sempre male nel vivere una vita discreta
non potendo donarmi nessuna soddisfazione
se fuori di me non posso liberarmi.

(testo in moyen francais)

Baise m’encor, rebaise moy et baise :
Donne m’en un de tes plus savoureus,
Donne m’en un de tes plus amoureus :
Je t’en rendray quatre plus chaus que braise.

Las, te pleins tu ? ça que ce mal j’apaise,
En t’en donnant dix autres doucereus.
Ainsi meslans nos baisers tant heureus
Jouissons nous l’un de I’autre à notre aise.

Lors double vie à chacun en suivra.
Chacun en soy et son ami vivra.
Permets m’Amour penser quelque folie :

Tousjours suis mal, vivant discrettement,
Et ne me puis donner contentement,
Si hors de moy ne fay quelque saillie.

SONETTO VIII

Io vivo, io muoio; io brucio e annego.
Ho molto caldo mentre soffro il freddo;
la vita mi è troppo dolce e troppo dura;
ho una grande tristezza mescolata di gioia.

Rido e piango nello stesso momento,
e nel mio piacere soffro molti grandi tormenti;
la mia felicità se ne va, e mai dura;
nello stesso momento sono secca e lussureggiante.

Così Amore mi conduce incostante;
e quando io penso di essere nel maggior dolore
all’improvviso mi trovo fuori da ogni pena.

Poi quando credo la mia gioia essere certa
e che sono nel punto più alto della mia desiderata felicità
ritorno nella mia sventura precedente.

(testo in moyen francais)

Je vis, je meurs : je me brule et me noye.
J’ay chaut estreme en endurant froidure :
La vie m’est et trop molle et trop dure.
J’ay grans ennuis entremeslez de joye :

Tout à un coup je ris et je larmoye,
Et en plaisir maint grief tourment j’endure :
Mon bien s’en va, et à jamais il dure :
Tout en un coup je seiche et je verdoye.

Ainsi Amour inconstamment me meine :
Et quand je pense avoir plus de douleur,
Sans y penser je me treuve hors de peine.

Puis quand je croy ma joye estre certeine,
Et estre au haut de mon desiré heur,
Il me remet en mon premier malheur.

SONETTO XIII

Oh! se fossi rapita sul bel petto
di colui per il quale io mi sento morire:
se la voglia non mi impedisse di vivere
il poco tempo che mi resta:

se stringendomi mi dicesse “cara Amica,
appaghiamoci l’uno con l’altro”, sarebbe certo
che mai tempesta, Euripe, ne vento
potranno separarci durante la nostra vita:

se nel tenerlo stretto tra le mie braccia,
come l’edera all’albero avvinghiata,
giungesse la morte invidiosa della mia felicità:

quando nella dolcezza dei nostri amplessi,
il mio spirito fuggisse sulle sue labbra
io morirei felice più di quanto lo fossi vivendo.

(testo in moyen francais)

Oh si j’estois en ce beau sein ravie
De celui là pour lequel vois mourant :
Si avec lui vivre le demeurant
De mes cours jours ne m’empeschoit envie :

Si m’acollant me disoit : chere Amie,
Contentons nous l’un l’autre, s’asseurant
Que ja tempeste, Euripe, ne Courant
Ne nous pourra desjoindre en notre vie :

Si de mes bras le tenant acollé,
Comme du Lierre est l’arbre encercelé,
La mort venoit, de mon aise envieuse :

Lors que souef plus il me baiseroit,
Et mon esprit sur ses levres fuiroit,
Bien je mourrois, plus que vivante, heureuse.

SONETTO XXIV

Non mi condannate, Donne, se io ho amato:
se ho sentito mille torce ardenti,
mille supplizi, mille dolori pungenti :
se ho consumato il mio tempo a piangere,

ahimè! che il mio nome non sia da voi  biasimato.
Se ho commesso degli errori, le pene sono già presenti,
non affilate le loro lame violente:
ma pensate che l’ Amore, al momento giusto,

senza che dobbiate scusarvi del vostro ardore di un Vulcano,
senza mostrare la bellezza d’ Adone,
potrà, se lui vuole, rendervi più innamorate:

avendo meno occasioni di me
e una più forte e singolare passione.
Ma guardatevi di essere più sfortunate (di me).

(testo in moyen francais)

Ne reprenez, Dames, si j’ay aymé :
Si j’ay senti mile torches ardentes,
Mile travaus, mile douleurs mordentes :
Si en pleurant, j’ay mon tems consumé,

Las que mon nom n’en soit par vous blamé.
Si j’ay failli, les peines sont presentes,
N’aigrissez point leurs pointes violentes :
Mais estimez qu’Amour, ê point nommé,

Sans votre ardeur d’un Vulcan excuser,
Sans la beauté d’Adonis acuser,
Pourra, s’il veut, plus vous rendre amoureuses :

En ayant moins que moy d’occasion,
Et plus d’estrange et forte passion.
Et gardez vous d’estre plus malheureuses.

SONETTO IV

Da quando il crudele amore avvelenò
per la prima volta del suo fuoco il mio petto,
ho bruciato senza tregua del suo furore divino
che mai un giorno ha abbandonato il mio cuore.

Qualunque sia il supplizio, ed abbastanza me ne ha dato,
qualunque  sia la minaccia e la prossima disgrazia
qualunque pensiero di morte che mette fine a tutto,
il mio cuore ardente non si stupisce di nulla.

Tanto più Amore ci assale con forza,
più ci fa raccogliere le nostre forze,
e ci fa essere sempre vigorosi nei suoi conflitti;

ma questo non è perché ci favorisce,
lui che disprezza gli dei e gli uomini,
ma per apparire più forte contro i forti.

(testo in moyen francais)

Depuis qu’Amour cruel empoisonna
Premierement de son feu ma poitrine,
Tousjours brulay de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n’abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menasse et procheine ruïne :
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s’estonna.

Tant plus qu’Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait estre

Mais ce n’est pas qu’en rien nous favorise,
Cil qui les Dieus et les hommes mesprise :
Mais pour plus fort contre les fors paroitre.

Nel gran manifestarsi della poesia lirica francese del Cinquecento, la figura di Louise Labé spicca in una dimensione provinciale ma personalissima.
Con Maurice Scéve e Pernette du Guillet, Louise Labé appartiene al gruppo della “scuola lyonnaise”, ha collaborato con molti suoi contemporanei a realizzare salotti di studio e di condivisione letterarie.
Ella scrive delle poesie in una epoca in cui la produzione poetica è intensa. La poesia francese del Cinquecento si stava dando allora delle basi teoriche con De Bellay, e si sviluppa con Ronsard, de Magny, de Tayard e altri seguendo il modello di Petrarca e di altri autori come Catullo e Orazio, o contro esse.
In Louise si sente l’influenza di Ovidio, che ella conosce bene, anche se la sua cultura scaturisce dal Rinascimento italiano.
Sono tre le sue opere, la prima “Debat de la follie et de l’amour”(1542) in cui affronta due argomenti importanti per quell’epoca, la difesa dell’amore e l’elogio della follia, ella trasforma le forme medievali di dibattito e di allegoria e realizza un trattato elegante e dotto.
Dal 1552 inizia a scrivere i “Sonetti”, ventiquattro poesie , e dal 1553 le “Elegie” tre lunghi testi poetici sugli effetti di amore passionale.
La sua opera più importante e che l’ha resa conosciuta e famosa sono i ventiquattro
libro di LL“Sonetti” ispirati alla tradizione petrarchesca, dove evoca sentimenti intensi di passione e di sofferenza causati dall’amore non corrisposto.
Utilizza la struttura del sonetto e le forme retoriche di questa struttura proprio per dare i giusti effetti suggestivi dell’amore lirico.
Tematicamente ordinati, stilisticamente ben costruiti con l’attenzione rivolta agli stilemi, al lessico e alle metafore proprie del modello rinascimentale italiano.
Caratterizzati da una situazione attiva della donna nel rapporto d’amore, con un tono personale inusitato, da una sensualità erotica sottilmente e artisticamente elaborata.
Louise può essere considerata, per quanto riguarda il contenuto della sua produzione, la Gaspara Stampa francese; donna di studi, e frequentatrice di ambienti aristocratici (ma anche dedita all’esercizio delle armi nei tornei cittadini) esuberante e appassionata.
C’è forse ogni tanto nei suoi testi un eccesso di “languore” e “lacrime e sospiri” in modo voluttuoso, ma il talento poetico è indiscutibile.
Le sue opere dopo la morte sono state oggetto di ripetute pubblicazioni, ma sempre in modo ovattato, solo nel 1824 avrà inizio il giusto riconoscimento alla poetica di Louise, con la particolare celebrazione da parte di una altra grande poetessa francese, una Donna di Poesia, Marceline Desbordes-Valmore (post in data 23 febbraio 2011) che ne esalta le virtù compositive con un testo di centouno versi intitolato proprio Louise Labé nella raccolta Les Pleurs (1833)

[ © LdV ]

atelier


[©traduzioni LdV] le traduzioni dal “moyen francais” delle poesie di Luisa Labé, qui pubblicate sono state curate da Lorenzo de Vanne


Se volete consultare tutte le opere di Louise con testi originale in francese e in “moyen Francais”, corredate da opportune note e da alcune tracce storiche della sua vita, potete consultare il seguente sito:
http://www2.ac-lyon.fr/enseigne/lettres/louise/index2.html

o anche questo altro, con traduzioni in diverse lingue europee:
http://coulmont.com/labe/


Se se sieti curiosi di leggere il testamento che Louise ha dettato prima di morire, potete consultare questo sito:
http://coulmont.com/labe/


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Ildegarda di Bingen (1098-1179)

ildegarda_di_bingen-wikiHildegard von Bingen nasce nell’estate del 1098, ultima di dieci fratelli, nei pressi di Alzey nell’Assia Renana in Germania, in una famiglia di nobili.
Ad otto anni, essendo Ildegarda di salute cagionevole, i genitori, Ildeberto e Mathilde Bermershein l’affidano al Monastero Benedettino di Disibodenberg, come allieva di Jutta, una giovane aristocratica ritiratosi in convento, che l’avvierà alla curiosità del sapere, e che sarà determinante nelle scelte che farà nella vita, come sarà determinante il monaco Volmar, assistente spirituale del convento e poi suo segretario, che la incoraggerà sempre a scrivere.
Sospinta da Jutta e grazie alla disponibilità della ricca biblioteca passa il suo tempo nel monastero allo studio.
Diventa suora a diciotto anni, “magistra” nel 1136, in sostituzione di Jutta, morta nel frattempo, e poi badessa.
Fin da bambina è coinvolta in esperienze visionarie, che l’accompagneranno per tutta la vita, le chiama “visioni di anima”, e le permettono di elaborare in senso cognitivo un percorso di pensiero fatto non di solo studio, ma di percezione e di intuizioni e che determineranno la sua filosofia, la sua poetica, la sua scrittura, la sua mistica e la sua personalità.
La sua esperienza è di natura profetica, non un’ unione dell’anima con Dio, ma
l’assunzione del ruolo d’ intermediaria tra Dio e l’umanità.
Anche se spesso si dichiara “incolta” è invece una donna di grande cultura, oltre a seguire i suoi interessi personali, si forma una cultura tradizionale che le permetterà di sostenere il suo ruolo di azione e di autorità.
Conosce le arti del Trivio (grammatica, dialettica e retorica) e quelle del Quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica), le sacre scritture, il latino, le scienze, e la filosofia sia cristiana che pagana, e si interessa inoltre di medicina.
Inquieta nel suo personale interpretare la vita monastica, reagisce ai costumi e alle regole del tempo e avvia una vita monastica non claustrale, ma di conversazione, di studio e di predicazione tra la gente.
Crea nel 1150 una comunità monastica femminile a Rupertsberg, nelle vicinanze del monastero e successivamente fonda nel 1165 un nuova struttura a Eibingen, dove cura ogni particolare dalla costruzione alla organizzazione.
Ildegarda è una monaca controcorrente e anticonformista, ma determinata, affascinante e convincente, tanto che riesce sempre a conquistare la benevolenza delle persone potenti, sia religiose che civili.
Personalità forte, scrive, discute, consiglia politici e grandi prelati.
Intraprende, tra il 1159 ed 1170, dei viaggi di predicazioni in tutta la Germania, Francia orientale e Belgio, lasciando con i suoi sermoni sempre tracce del suo pensare mistico e visionario.
È suora, scrittrice, musicista, cosmologa, filosofa, artista, drammaturga, guaritrice,
linguista, naturalista, filosofa, poetessa, consigliera politica, profetessa e compositrice.
Tra l’altro inventa un alfabeto personale, ed una lingua originale “Lingua Ignota”
Litterae_ignotae(lingua sconosciuta), una delle prime lingue artificiali create dall’essere umano, che usa in particolare nella sua comunità.
Muore il 17 settembre 1179, seppellita dapprima nel monastero di Rupersberg, i suoi resti sono raccolti in seguito nella cappella del priorato di Bingen, dove ancora oggi sono conservati.
Beatificata nel 1324, e proclamata santa a furor di popolo, malgrado quattro procedure non risulta ancor oggi canonizzata, rimanendo quindi a livello di sola beatificazione.

[ © LdV ]

"O uomo, guarda l’uomo: egli contiene in sé il cielo e le altre creature;
è una forma e in lui tutte le cose sono implicite."

Nota di Lorenzo de Vanne
Lo studio di questa Donna di Poesia ha comportato un lavoro di ricerca e di analisi complesso, sia per la particolarità della figura stessa, sia per il materiale consultabile.
Ildegarda è una mistica molto particolare,e scrive per tradurre in parole i suoi pensieri, ora visionari ora emozionali.
La sua poesia diventa quasi sempre poi un canto, una melodia sacra: sono brevi testi, scritti in latino colto, singolare, con un lessico simbolico, che conduce a diverse interpretazioni.
Io ho scelto alcuni testi tra quelli reperibili, che dal latino, con molta difficoltà ho tradotto in italiano, e sempre, nel mio procedere ho avuto la sensazione che quello che stavo leggendo e traducendo, fosse soltanto un involucro, un tabernacolo di quanto volesse veramente esprimere l’autrice.
La sua religiosità è indiscutibile, il suo pensiero d’evangelizzazione altrettanto chiaro, ma sento nei suoi scritti, una particolare percezione dell’essere umano in una maniera nuova per quel tempo, ed in particolare il sentire la donna, e la sfera del desiderio nella donna.
Ne sentiva e ne riconosceva la sacralità esprimendola poi attraverso i suoi canti a Maria, o alla verginità, o al sacro.
Preso da queste sensazioni, mi sono trovato davanti ad un testo (O clarissima mater…) un po’ confuso, tanto fa farmi travolgere, io stesso, dalla interpretazione “visionaria” o meglio “simbolista” del testo, del contenuto del testo, da procedere di conseguenza su due direzioni, che mi hanno condotto a due differenti versioni
La prima versione, diciamo logica e strutturale in riferimento al testo originale, mentre la seconda versione invece realizzata in “l’apnea” di questo vedere visonario…o simbolico, in una sensazioni di…"oltre”.
Troverete le due versioni alla fine dei testi poetici.
Non ritengo la cosa blasfema, né verso Ildegarda, né verso l’argomento trattato, e quindi affronto questo mia iniziativa con molta serenità, aspettandomi da voi, un parere sereno, e sincero.

ARROSSENDO

Quando tu chiamerai con voce limpida
avanzeranno
arrossendo dei loro figli
nel loro viaggio d’incertezza,
salvando così gli uomini
da questo malvagio inganno

CUM ERUBUERINT
Cum erubuerint
infelices in progenie sua,
procedentes
in peregrinatione casus,
tunc tu clamas clara voce,
hoc modo homines elevans
de isto malitioso casu.

L’AMORE ABBONDA

L’amore (divino) abbonda in ogni cosa
dal punto più profondo
a quello più sublime
oltre le stelle
e pieno è d’amore verso tutto
che al supremo Re
donò il bacio della pace
.

CARITAS ABUNDAT
Caritas abundat in omnia,
de imis excellentissima
super sidera,
atque amantissima in omnia,
quia summo Regi
osculum pacis dedit.

O STUPENDI VISI

O stupendi visi
voi che ammirate Dio e vi ergete nell’aurora (edificate all’aurora)
o beate vergini, voi che siete di grande nobiltà.
In tutto ciò il Re si è contemplato
e su di voi ha previsto tutti gli ornamenti celesti
come anche siete voi un giardino molto gradevole
odoroso di ogni bellezza.

O PULCHRAE FACIES.
O pulchrae facies,
Deum aspicientes et in aurora aedificantes,
o beatae virgines, quam nobiles estis.
In quibus Rex se consideravit,
cum in vobis omnia caelestia ornamenta praesignavit,
ubi etiam suavissimus hortus estis,
in omnibus ornamentis redolentes.

O NOBILISSIMA VIRIDITAS

O nobilissima viriditas, che hai radici nel sole,
e che riluci nella veste bianca della serenità
sulla ruota
che nessuna estensione terrena
contiene,
circondata dall’amplesso dei divini misteri.
Risplendi come la rossa aurora
E ardi come la fiamma del sole.

O NOBILISSIMA VIRIDITAS
O nobilissima viriditas,
quae radicas in sole,
et quae in candida serenitate luces
in rota,
quam nulla terrena excellentia
comprehendis,
tu circumdata es
amplexibus divinorum mysteriorum.
Tu rubes ut aurora,
et ardes ut solis flamma.

O ROSSO SANGUE

O rosso sangue
che scorri dall'alto
dove la divinità ti seduce.
Tu sei un fiore
che il respiro gelido del serpente
non può mai ferire

O RUBOR SANGUINIS
O rubor sanguinis
qui de excelso illo fluxisti,
quod Divinitas tetigit,
tu flos es,
quens hiems de flatu serpentis
nunquam laesit.

O CLARISSIMA MATER     (versione canonica)

O Madre raggiante di sacra medicina!
attraverso il tuo santo Figlio ci hai spalmato gli unguenti
sulle ferite che gemono di morte
che Eva ha aperto nel tormento delle anime.

Tu hai distrutto la morte,
costruendo la vita.
Prega per noi attraverso il tuo bambino,
Maria, stella del mare.

O strumento di vita
O ornamento di gioia,
la dolcezza di tutti i piaceri
che mai manca in te.
Prega per noi attraverso il tuo bambino,
Maria, stella del mare.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Prega per noi attraverso il tuo bambino,
Maria, stella del mare.

O CLARISSIMA MATER    (versione visionaria-simbolista)

O Madre splendente di sacro medicamento,
attraverso il tuo ventre
ci hai spalmato di unguenti
sulle ferite che gemono di sangue
che Eva [Lilith] ha aperto nel inquietudine dell’anima.

Tu hai distrutto la morte,
edificando la vita.
Difendici attraverso il tuo ventre
Donna, stilla di mare.

O strumento di vita
ornamento di gioia,
miele di tutti i piaceri
che dentro di te mai manca.
Difendici attraverso il tuo ventre
Donna, stilla di mare.

Onore al Prima, al Dopo, e al Sacro Respiro.
Difendici attraverso il tuo ventre
Donna, stilla di mare.

O CLARISSIMA MATER
O clarissima mater sanctae medicinae,
tu unguenta per sanctum Filium tuum
infudisti in plangentia vulnera mortis,
quae Eva aedificavit in tormenta animarum.
Tu destruxisti mortem
aedificando vitam.

Ora pro nobis ad tuum Natum
stella maris, Maria.

O vivificum instrumentum et laetum ornamentum
et dulcedo omnium deliciarum, quae in te non deficient.

Ora pro nobis ad tuum Natum
stella maris, Maria.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.

Ora pro nobis ad tuum Natum
stella maris, Maria.

Tra le opere rimaste a noi ci sono oltre un centinaio di lettere a imperatori, a papi, vescovi, suore, e a nobili, ha scritto 72 canzoni tra cui una commedia in musica, fatto questo straordinario in quel tempo, dal titolo “Ordo Virtutum” dove mostra come un animo umano si allontana dalla Virtù per seguire il Diavolo, non potendo trovare la felicità torna alla Virtù.
Inoltre ci ha lasciato circa settanta poesie e nove libri, dei quali due sono i libri di consigli medici e farmaceutici, sul funzionamento del corpo umano e le proprietà delle erbe varie.
Ha anche scritto un commento sui Vangeli e un altro sul Credo di Atanasio.
Le sue liriche, la musica, il teatro così come alcuni scritti minori sono essenzialmente
hildegard-musiclegate allo svolgersi dell’anno liturgico, agli aspetti della vita comunitaria, compresi gli eventi dolorosi, come la morte.
Ma le sue opere principali sono tre libri di teologia: “Scivias” (Conosci le vie), “Liber Vitae Meritorum” (Libro dei meriti della vita), e “De Operatione Dei” (Libro delle opere divine).
Tutti e tre, ed in particolare il primo ed il terzo, fanno riferimento alle sue visioni, e sono scritti, su sollecitazione del monaco Volmar quando aveva già quarant’anni.
Sono riflessioni, spunti di pensiero filosofico, che si basano sulla sua esperienza di “visionaria”
Le visioni nelle sue descrizioni sono spesso enigmatiche ma profondamente coinvolgenti ed emozionanti.
In questi suoi libri sviluppa, uno dei suoi pilastri del suo pensiero, ovvero il concetto di “Viridas”, l’energia vitale intesa come rapporto filosofico tra l’uomo (con le sue riflessioni ed emozioni) e la natura (preziosa alleata per la sua salute).
Inoltre in questi suoi scritti emerge anche un aspetto importante del suo pensiero, ovvero l’idea di un Dio-Spirito dalle valenze femminili: il cosmo come grande uovo, e con la divinità chiaramente connotata come femminile che lo riscalda, lo feconda e lo rende vivo.
Sostiene inoltre che la verginità è il più alto livello della vita spirituale anche se si occupa della vita profana, come la maternità e il piacere dell’atto coniugale, che ne riconosce il fine sacro e universale.
Affronta, tra l’altro, in uno dei suoi libri, il piacere, e ne distingue le caratteristiche filosofiche, fisiologiche, ed erotiche.
"Quando nel maschio si fa sentire l'impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare … Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell'uomo…"(da Liber causae et curae)
Studiosi moderni affermano che il pensiero di Ildegarda pone una stretta e sottile associazione tra musica e corpo femminile, la poesia e la sua musica riguardano l’anatomia del desiderio femminile, dandone dei connotati elevati e suggestivi, che ricorda, sotto certi aspetti, un’ altra grande interprete antica della femminilità, Saffo.
La sua sensibilità alla natura femminile ne fanno una grande interprete del suo
dal film vision di vanTrottaesprimere liberamente le idee e il pensiero, non come senso di liberazione della donna, ma come fatto naturale e di destinazione.
I suoi scritti trattano scienza, arte e religione insieme, il tutto è profondamente coinvolto in tutti e tre, e guarda a ciascuno per intuizioni che andranno ad arricchire la sua comprensione degli altri.
Il suo uso della parabola e della metafora, di simboli, immagini visive, e dei mezzi non verbali per comunicare rende il suo lavoro per raggiungere i molti che sono totalmente sordi ad approcci più standard.
Hildegard ha scritto e parlato a lungo della giustizia sociale, su come liberare gli oppressi, circa il dovere di fare in modo che ogni essere umano, fatto a immagine di Dio, ha l'opportunità di sviluppare e utilizzare i talenti che Dio gli ha dato, e per realizzare il suo potenziale innato.
La sua poesia, quasi sempre poi musicata, è spesso un insieme di gocce di erudizione, mostrando la sua cultura sia nella sua allusività profonda sia nella ricchezza del linguaggio.
[ © LdV ]

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[©traduzioni LdV] le traduzioni dal latino delle poesie di Ildegarda di Bingen qui pubblicate sono state curate da Lorenzo de Vanne


se volete saperne di più su Ildegarda potete consulatre questo sito:
http://www.letteraturaalfemminile.it/ildegardadibingen.htm

o se volete ascoltare altre composizioni musicali di Ildegrada di Bingen potete collegravi con questi video di youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=jMnXjLD7J24&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=yuy-OhRQL-c&feature=related


prima di avviare, ricordarsi di stoppare la musica di fondo del blog posto sulla colonna di destra)

Elizabeth Barrett Browing (1806-1861)

220px-Elizabeth-Barrett-Browning,_Poetical_Works_Volume_I,_engravingElizabeth Barrett nasce il 6 marzo 1806 nella contea di Durham, in Inghilterra, figlia di Mary Graham Clarke ed Edward Moulton Barrett, ricco proprietario di piantagioni di zucchero in Giamaica, dalle origini creole.
Elizabeth vive una infanzia felice nel benessere della bella tenuta di Malverne Hilss, insieme ai suoi undici fratelli, passa il tempo con i suoi cavalli e nello studio dei classici latini, delle opere di John Milton, di Shakespeare e Dante, diventando ben presto un’ esperta di latino, greco, filosofia e scienza.
Attratta dalla religione, impara da sola l’ebraico per poter leggere la Bibbia.
A dodici anni scrive il suo primo poema epico, ma due anni più tardi si ammala d’ una strana malattia polmonare che la tormenterà per tutta la vita, e che la costringerà a fare uso di morfina, compagna del dolore fino alla sua morte.
La morte della madre, sfinita dai numerosi parti, una rovinosa caduta da cavallo, e le conseguenza della sua malattia, costringono Elizabeth ad una vita ritirata, all’inizio quasi da inferma.
Inoltre il padre, possessivo e austero, fanatico religioso, incide pesantemente sulla vita dei figli con una assurda tirannia, li costringe ad singolare promessa: non dovranno mai sposarsi.
Anche se, fin da subito, è un convinto estimatore della creatività letteraria della figlia Elizabeth.
A causa della rivolta degli schiavi in Giamaica, la famiglia subisce una forte perdita economica, ed è costretta ad abbandonare la bella casa, cambiando dimora più volte fino ad stabilirsi a Londra..
Fino a quaranta anni, Elizabeth vive come una reclusa, gli unici compagni di solitudine sono i pochi amici, i libri, lo studio, la scrittura, la poesia, e un cagnolino di nome Flush, a cui Virginia Wolf dedicherà addirittura una biografia.
Elizabeth è una figura minuta, un sorriso semplice, grandi occhi, capelli ricci scuri, affascinante per tutti coloro che hanno la possibilità di incontrarla
Pian piano il successo e la fama la raggiungono ugualmente, suscita ammirazione anche oltre oceano, e dalla sua dimora solitaria comincia a corrispondere con vari letterati, tra cui il poeta inglese Robert Browing.
I due si scrivono lettere bellissime, nel 1845 si incontrano, e subito s’innamorano,
imagesCAZEKT7Scontro la volontà del padre, che ostacolerà e maledirà per sempre quest’amore.
La loro storia d’amore è una delle più belle del secolo, fuggono in Italia, accompagnati dalla inseparabile Flush.Si stabiliscono a Firenze, e qui comincia per Elizabeth una nuova vita, non facile ma sempre molto creativa, si sposa e ha un figlio di nome Pen.
Scrive molto, poesie, saggi politici, e trattati sulla condizione della donna e sul lavoro minorile.

Insieme al marito, si interessa della politica italiana ed è una convinta sostenitrice del risorgimento italiano.
Le sue condizioni di salute, solo periodicamente buone durante il suo soggiorno
fiorentino, si aggravano nel 1861, e il 29 giugno, tra le braccia del marito muore.
Viene sepolta in una bellissima tomba di marmo di Carrara nel cimitero degli Inglesi a Firenze, dove ancora oggi riposa.

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"SONETTI DAL PORTOGHESE" – SONETTO 43

Come ti amo? Lasciami dire in quanti modi.
Ti amo nella profondità, nell' ampiezza e nell'altezza
che la mia anima può raggiungere, quando si sente sola
ai confini dell' Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo nella quotidiana e serena necessità, con il sole e alla luce della candela.
Ti amo in libertà, come chi lotta per la Giustizia;
ti amo semplicemente, come chi evita la Lode.
Ti amo con la passione che usavo mettere
nei miei vecchi dolori, e con la fiducia della mia fanciullezza.
Ti amo con un amore che credevo di aver smarrito,
con i miei perduti santi,- ti amo con i sospiri,
i sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vuole,
ancor di più ti amerò ben oltre la morte.

“SONNETS FROM PORTOGUESE” – SONNET 43
How do I love thee? Let me count the ways.
I love thee to the depth and breadth and height
My soul can reach, when feeling out of sight
For the ends of Being and ideal Grace.
I love thee to the level of everyday's
Most quiet need, by sun and candle-light.
I love thee freely, as men strive for Right;
I love thee purely, as they turn from Praise.
I love thee with the passion put to use
In my old griefs, and with my childhood's faith.
I love thee with a love I seemed to lose
With my lost saints,—I love thee with the breath,
Smiles, tears, of all my life!—and, if God choose,
I shall but love thee better after death.

"SONETTI DAL PORTOGHESE" – SONETTO 12

In verità questo grande amore è il mio vanto,
che, quando sale dal petto alla fronte,
mi incorona di porpora tanto
da attirare gli occhi degli uomini e mostrare la sofferenza interiore, –
anche se questo amore, per me è il massimo
non dovrei tuttavia amare, finché tu
non mi abbia dato una prova, e raccontato di
quando per la prima volta i tuoi occhi sinceri si sono incrociati con i miei,
e l'amore chiamò l'amore. E perciò, non posso nemmeno
parlare d'amore, come qualcosa di bello che mi è proprio
la tua anima ha reso la mia, completamente debole e incerta,
e l'ha posta accanto a te su un trono d'oro, –
E quello che amo (O anima, dobbiamo essere pazienti!)
è solo in te, il solo che amo.

“SONNETS FROM PORTOGUESE” – SONNET 12
Indeed this very love which is my boast,
And which, when rising up from breast to brow,
Doth crown me with a ruby large enow
To draw men's eyes and prove the inner cost,—
This love even, all my worth, to the uttermost,
I should not love withal, unless that thou
Hadst set me an example, shown me how,
When first thine earnest eyes with mine were crossed,
And love called love. And thus, I cannot speak
Of love even, as a good thing of my own:
Thy soul hath snatched up mine all faint and weak,
And placed it by thee on a golden throne,—
And that I love (O soul, we must be meek!)
Is by thee only, whom I love alone.

"SONETTI DAL PORTOGHESE" – SONETTO 14

Se devi amarmi, per null’altro sia
che solo per amore. Non dire mai
''L'amo per il suo sorriso, per il suo sguardo, per il suo modo
dolce di parlare, per il suo pensiero
che si accorda bene con il mio,
che in quel giorno mi ha dato una piacevole serenità-
Queste son cose che possono mutare,
mio Amato, in se o per te, e un amore
così plasmato potrebbe poi disfarsi.
Non amarmi per pietà delle lacrime
che vorresti vedere asciugate sulle mie guance, –
Una creatura, che ha goduto a lungo del tuo conforto,
potrebbe dimenticare di piangere e in tal modo perdere il tuo amore!
Ma amami per il piacere di amare, che per sempre
tu possa amarmi, nell'eternità dell'amore.

“SONNETS FROM PORTOGUESE” – SONNET 14
If thou must love me, let it be for nought
Except for love's sake only. Do not say
'I love her for her smile—her look—her way
Of speaking gently,—for a trick of thought
That falls in well with mine, and certes brought
A sense of pleasant ease on such a day'—
For these things in themselves, Beloved, may
Be changed, or change for thee,—and love, so wrought,
May be unwrought so. Neither love me for
Thine own dear pity's wiping my cheeks dry,—
A creature might forget to weep, who bore
Thy comfort long, and lose thy love thereby!
But love me for love's sake, that evermore
Thou mayst love on, through love's eternity.

EBB_letter_1XX400La poesia di Elizabeth è tenue, vellutata nello stile, nello stesso tempo quasi violenta nella forza dell’amore che esprime.
Costruisce metafore in modo tutto originale, rivelando una percezione di questa figura retorica molto personale.
Già a dodici anni ha scritto il suo primo poema epico in quattro sonetti in rima baciata, ma il successo lo raggiunge con “Poems”(1844), una opera che le permette di essere conosciuta in tutto il mondo e di essere considerata la più importante poetessa inglese dell’ottocento.
Ma è con l’avvento di Robert, e la loro bellissima storia d’amore, che scrive il suo capolavoro “Sonetti dal portoghese”(1850) liriche intense e colme di alto romanticismo.
La critica ritiene i Sonetti la raccolta di poesie d’amore in inglese più famosa, e ne riconosce il valore come il miglior lavoro di Elizabeth.
È stata paragonata per il suo stile sognante e fantasioso a Shakespeare e per il suo stile della forma a Petrarca.
I suoi Sonetti scritti parallelamente alle lettere scambiate con Robert, contengono versi d’amore intensi e rivoluzionari, la donna diventa soggetto attivo e dominante e l’uomo è trasformato in oggetto d’amore, al quale indirizza con audacia le pulsioni e i desideri, e di fronte al quale afferma e rivendica il proprio diritto all’amore.
Casa_guidi,_targa_elizabeth_barret_browning400
Nella sua intensa attività poetica affronta l'oppressione degli italiani dagli austriaci, le ingiustizie sociali del lavoro minorile nelle miniere e nei mulini inglesi, e dello schiavismo.( "Casa Guidi Windows" nel 1851, "Aurora Leigh" nel 1856 e "Poems before Congress" nel 1860).
In molte sue opere, inoltre Elizabeth sviluppa il tema della religione,che sente elemento portante della coscienza umana e convinta della potenza poetica delle parole di Cristo.
Tutte le sue opere, insomma, risentono della sua inquietudine, dovuta ad una vita singolare, di sofferenza, di solitudine e di silenzi, ma nel suo scrivere, in particolare nel suo scrivere d’ amore, si trova un lessico semplice , elegante e raffinato, una delicata alchimia di classicità e suggestioni romantiche, costruendo versi melodiosi anche penalizzando qualche volta le regole della metrica, è nei versi d’amore, che esprime al meglio l’immaginario e la sensibilità femminile, riuscendo a far emergere emozioni significative,e a trasmettere con efficacia lo spessore di questo sentimento sbocciato dopo una lunga e frustrante solitudine, e dei desideri che pulsano nei cuori e nella carne delle donne.
È ispirazione di molti poeti dell’epoca, tra cui Edgar Allan Poe, e la grande poetessa americana Emily Dickinson, che l’ammirava per la sua grande capacita di vivere la sofferenza, e poi l’amore, con grande forza e femminilità.

[ © LdV ]

Pubblicazioni durante la sua vita:

• 1820: The Battle of Marathon: A Poem . Privately printed
• 1826: A Essay On Mind, with Other Poems . London: James Duncan
• 1833: Prometheus Bound, Translated from the Greek of Aeschylus,and Miscellaneous Poems . London: AJ Valpy
• 1838: The Seraphim, and Other Poems . London: Saunders and Otley
• 1844: Poems (UK) / A Drama of Exile, and other Poems (US). London: Edward Moxon. New York: Henry G. Langley
• 1850: Poems ("New Edition," 2 vols.) Revision of 1844 edition adding Sonnets from the Portuguese and others. London: Chapman & Hall
• 1851: Casa Guidi Windows . London: Chapman & Hall
• 1853: Poems (3d ed.). London: Chapman & Hall
• 1854: Two Poems : "A Plea for the Ragged Schools of London" and "The Twins". London: Bradbury & Evans
• 1856: Poems (4th ed.). London: Chapman & Hall
• 1857: Aurora Leigh . London: Chapman and Hall
• 1860: Poems Before Congress . London: Chapman & Hall
• 1862: Last Poems . London: Chapman & Hall

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[©traduzioneLdV] le traduzioni dalla lingua originale inglese delle tre poesie di Elizabeth Barrett Browing sono state curate da LdV (Lorenzo de Vanne) in collaborazione di ALS (Anna Luna Sofi).



se volete potete saperne di più leggendo la bliografia in questo sito in inglese:
http://en.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Barrett_Browning

o potete consultare questo altro sito in lingua italiana:
http://www.francescasantucci.it/elizabethbarrettbrowning.htm

e se volete leggere tutte le sue opere, in lingua inglese:
http://www.poemhunter.com/elizabeth-barrett-browning/poems/page-1/


Tullia d’Aragona (1508 – 1556)

tulliaTullia d’Aragona nasce a Roma intorno al 1508, da Giulia Campana, cortigiana ferrarese di particolare bellezza, molto nota nell’alta società di allora, e, presumibilmente, da Luigi d’Aragona, nobile di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante pontificato di Leone X.
Trascorre la sua infanzia a Roma, la sua prima giovinezza a Firenze, e poi Siena, ricevendo sempre un'educazione raffinata e colta.
La madre, intuendo subito le qualità della figlia, sia artistiche sia seduttive, la riporta a Roma, ambiente più ricco ed elegante, dove sviluppa ben presto le sue capacità di letterata e di cortigiana.
La sua vita sarà caratterizzata da un continuo muoversi in diverse città italiane, dove riuscirà sempre ad essere accolta per la sua fama di raffinata “etere”.
Creatura spiritosa ed elegante, squisita conversatrice, viene ammirata e amata da moltissimi letterati, che le permettono di coltivare e sviluppare la predisposizione all’arte letteraria e musicale.
Il suo salotto e la sua alcova sono frequentati da personaggi di spicco della società dell’epoca, affascinati da questa donna, alta di statura, non bella, ma con occhi stupendi, e un fascio di capelli biondi, che non affida la sua seduzione al solo aspetto fisico ma anche alla sua cultura, alla sua voce morbida e ben intonata e alla capacità di fare versi.
“Toccava gl'istrumenti musicali con dolcezza tale, e maneggiava la voce cantando così soavemente, che i primi professori degli esercizij ne restavano maravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissima sì che, o scherzando, o trattando da vero, allettava e rapiva (…) gli animi degli ascoltanti.” (A. Zilioli)
Avere molti uomini illustri come amanti, tra cui Benedetto Varchi, Giulio Camillo, il
Tullia2 cardinale Ippolito dè Medici, e Bernardo Tasso (padre di Torquato), non le risparmia però di trovarsi spesso in situazioni di disagio persecutorio per la sua attività di cortigiana e per la licenziosità dei costumi, che la costringe a cambiare spesso città.
Subisce anche l’umiliazione, sentendosi prima di tutto una letterata, di dover indossare i segni di riconoscimento imposti a chi pratica la professione di cortigiana (velo, veletta, o un nastro, di colore giallo).
Non è risparmiata dalle critiche feroci di uomini psudo-moralisti, forse respinti o invidiosi,
che strumentalizzano la sua professione per la sua poetica.
Sposa a Siena, nel 1543 Silvestro Guicciardini, forse unicamente per potersi proteggere dalle severe leggi contro le donne cortigiane, e poco si sa di questo uomo, e tanto meno del loro matrimonio.
Torna a Roma, ma la sua fama di donna “galante” la perseguita e non le permette di
ottenere fino in fondo il favore del pubblico, il resto lo fanno le malelingue che non esitano a definirla “la cortigiana degli Accademici”.
La morte della madre e della sorella Penelope, la spinge pian piano verso una triste solitudine
Una delle più famose donne d’amore del Rinascimento muore il 14 marzo 1556, e viene sepolta nella chiesa di S.Agostino a Roma, accanto alla mamma e alla sorella .
Era figlia dell'amore e visse sacra all'amore” (C. Téoli, 1864).

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XXXIX – AMORE UN TEMPO IN COSI' LENTO FOCO

Amore un tempo in cosí lento foco
arse mia vita, e sí colmo di doglia
struggeasi il cor, che qual altro si voglia
martír fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietade a poco a poco
spenser la fiamma; ond'io piú ch'altra soglia
libera da sí lunga e fiera voglia
giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma il ciel né sazio ancor, lassa, né stanco
de' danni miei, perché sempre sospiri,
mi riconduce a la mia antica sorte:

e con sí acuto spron mi punge il fianco,
ch'io temo sotto i primi empi martiri
cadere, e per men mal bramar la morte.

LV – BEN MI CREDEA FUGGENDO IL MIO BEL SOLE

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
scemar (misera me) l' ardente foco
con cercar chiari rivi, e starne a l' ombra
ne i più fronzuti e solitarii boschi;
ma quanto più lontan luce il suo raggio
tanto più d' or in or cresce ' l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo
crescesse quanto è più lontan dal sole?
E pur il provo, che quel divin raggio
quant' è più lunge più raddoppia il foco: note
nè mi giova abitar fontane o boschi,
ch' al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,
che ' l mio così cocente e fero vampo
non ponno ammorzar punto fonti o boschi;
ma ben seguirò sempre il mio bel sole,
poscia che nuova salamandra in foco
vivo lieta, mercè del divo raggio.

XXXIII- FIAMMA GENTIL CHE DA GL' INTERNI LUMI

Fiamma gentil che da gl' interni lumi
con dolce folgorar in me discendi,
mio intenso affetto lietamente prendi,
com' è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l' alta tue luce m' allumi
e sì soavemente il cor m' accendi,
ch' ardendo lieto vive e lo difendi,
che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,
caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l' età tarda farsi
noto che fosti tal, che stil più degno
uopo era, e che mi fu gloria l' amarti. [14]

XLVI – SPIRTO GENTIL, S' AL GIUSTO VOLER MIO

Spirto gentil, s' al giusto voler mio
non è cortese il cielo e amico tanto,
ch' io possa con ragion lodarvi quanto
me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio,
che ciò mi niega, rivolgendo in pianto
il mio già lieto e dilettoso canto,
per cui fan gli occhi miei sì largo rio.

Ma se fortuna mai si mostra amica
a le mie voglie, non dubito ancora
poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca
quant' è 'l valor, ch' in voi mio core onora,
piacciavi s' or lo riverisce e ama.

XLI – FELICE SPEME, CH' A TANT' ALTA IMPRESA

Felice speme, ch' a tant' alta impresa
ergi la mente mia, che ad or ad ora
dietro al santo pensier che la innamora,
sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa,
miro ivi lui, ch' ogni bell' alma onora,
e quel ch' è dentro, e quanto appar di fora,
versa in me gioia senz' alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale,
dolce, ch' inacerbir mai non potranno
quante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno,
che del mio ardir per aver merto uguale
più degno guiderdon non è che morte.

Tullia è petrarchista convinta, e non può essere altrimenti, visto che Petrarca è nel cinquecento il riferimento per tutti i rimatori, non è la sola cortigiana di questo periodo che si diletta a poetare, anzi si può dire che è in buona compagnia, e quasi tutte le donne poetesse di rilievo di quel periodo sono donne d’amore.
Tra le sue opere, la più famosa, è il “Dialogo della infinità d'amore” (1547), una divertente “conversazione amorosa” che finge d’intrattenere con Benedetto Varchi, uno dei suoi amanti.
L’ opera si innesta in una seguita moda cinquecentesca verso i trattati dialogici sull'amore, facendo emergere però un punto di vista “dalla parte delle donne” (efficace e analitico) che piace in particolar modo al pubblico femminile e colto del Cinquecento.
Alla contessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I dei Medici , e sua protettrice, dedica invece la raccolta delle Rime (1547), dove emerge chiaramente una raffinata e sensibile ispirazione petrarchesca.
Questa opera le valse l’esenzione dall’obbligo di indossare il velo giallo prescritto a tutte le cortigiane a Firenze.
Le Rime, sono poesie spesso d’occasione, che rivelano una buona cultura e un garbo civettuolo e ammaliante.
L’uso delle metafore è spesso artificioso e scontato, ma nel contempo la sua raccolta ha una importanza tutt’altro che trascurabile, perché rivela una notevole libertà di espressione, per la prima volta concessa ad una donna.
Tullia_d
Tullia parla con estrema disinvoltura del piacere fisico e delle gioie che è in grado di procurare all’amante, è raffinata e delicata interprete della poetica dell’eros.
Scrive il Téoli, nella sua prefazione all'edizione delle Rime del 1864: «Volemmo (…) dar un esempio della letteratura e dello stile delle belle italiane del secolo decimosesto. E crediamo che la Tullia farà loro onore per una certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa saporita fiorentinità, ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio coi Fiorentini, e singolarmente col Varchi».
Durante il suo soggiorno a Firenze, reinterpreta in ottave, il Guerin Meschino (1560), con l’intenzione di “dare un poema che niente avesse di lascivo, o di disonesto”, senza però riscuotere una particolare attenzione e successo.

Se la sua fama di cortigiana si manterrà alla spietata legge del tempo, sulla Tullia letterata scenderà ben presto un ingeneroso oblio.
Un oblio tardivamente ma egregiamente infranto nel 1957 da un poeta della straordinarietà di Salvatore Quasimodo che inserisce una poesia di Tullia, "Amore un tempo in così lento foco" (prima delle poesie inserite in questo post) nella raccolta da lui curata, Lirica d’amore italiana.
[ © LdV ]

testo TdA


Se volete conoscere tutte le opere in versione integrale di Tullia potete consultare i seguenti siti:

per il "Dialogo della infinità d'amore"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.22:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/

per le "Rime"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.23:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/

per il "Guerin Meschino"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.37:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/


Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859)

Marceline_Desbordes-Valmore Marceline Desbordes-Valmore nasce a Douai il 20 giugno 1786, piccola città della Fiandra Francese, in una famiglia piccola borghese.
Con la Rivoluzione, arriva la povertà ed inizia l’esodo familiare, la madre la costringe, fin da bambina, a recitare in compagnie itineranti tra disagi e miserie.
Nel tentativo di risanare la situazione finanziaria della famiglia, sua madre decide di andare insieme a Marceline nella Guadalupa, dove risiede un cugino arricchitosi, ma all’arrivo scoprono che il loro parente è stato ucciso a seguito di una rivolta di schiavi. A peggiorare le cose la madre si ammala di febbre gialla e muore.
Marceline rientra in Francia, appena sedicenne, e si dedica alla professione di cantante e attrice (chanteuse), ha una forte sensibilità espressiva e si impadronisce facilmente dei segreti del verso e della rima, studia e impara memoria i classici della letteratura francese, autodidatta, ed inizia a scrivere.
A 22 anni è già conosciuta come poetessa ed ha già pubblicato su diverse riviste.
Passa la sua vita da teatro in teatro, conosce uno scrittore e commediante Henry Latouche, se ne innamora follemente: è un legame tormentato, assente per lunghissimi periodi e la trascura, ma sarà l’amante segreto per 20 anni, avrà anche un figlio, che muore a cinque anni.
Si sposa nel 1817 con Prosper Valmore, attore bello e mediocre, che le darà quattro figli, dei quali tre le moriranno prematuramente.
Ma il suo cuore resterà sempre dominato dal bizzarro Latouche, a cui dedicherà tutte le poesie d’amore sotto il nome di Olivier.
Con il marito istaura un rapporto di solidarietà e di dignità, lui la ama in modo sincero e duraturo.
Malgrado le numerose disavventure, per tutti questi anni Marceline scrive con instancabile passione.
Muore di cancro a Parigi il 23 luglio 1859.

[© LdV]

IL RISVEGLIO

Su questo letto di canne, come posso dormire ancora?
Sento l'aria profumata, scorrere intorno a te.
La tua bocca è un fiore dall’aroma che divora.
avvicinati, tesoro mio, e non ardere altri che me.
Sveglia, svegliati!

Ma questo alito d'amore, questo bacio che io desidero
ancora io non oso prendere dalle tue labbra;
concesso dal tuo cuore raddoppierà la mia vita.
Il tuo sonno si prolunga e tu mi fai morire.
Io non oso prenderlo.

Vieni! Sotto i banani noi troveremo l’ombra.
Gli uccelli canteranno vedendo il nostro amore.
Il sole geloso si nasconde dietro una nuvola.
e solo nei tuoi occhi che io cerco il giorno:
vieni, illumina l’amore.

No, no, tu non dormi più, condividi la mia passione
i tuoi baci sono il miele che ci dona i fiori.
Il tuo cuore ha sospirato, vieni a cercare la mia anima?
ella vaga sulla mia bocca e vuole asciugare le tue lacrime.
Nascondimi sotto i fiori

LE REVEIL (testo originale)
Sur ce lit de roseaux puis-je dormir encore ?
Je sens l'air embaumé courir autour de toi ;
Ta bouche est une fleur dont le parfum dévore :
Approche, ô mon trésor, et ne brûle que moi.
Éveille, éveille-toi !

Mais ce souffle d'amour, ce baiser que j'envie,
Sur tes lèvres encor je n'ose le ravir ;
Accordé par ton coeur, il doublera ma vie.
Ton sommeil se prolonge, et tu me fais mourir :
Je n'ose le ravir.

Viens, sous les bananiers nous trouverons l'ombrage.
Les oiseaux vont chanter en voyant notre amour.
Le soleil est jaloux, il est sous un nuage,
Et c'est dans tes yeux seuls que je cherche le jour :
Viens éclairer l'amour.

Non, non, tu ne dors plus, tu partages ma flamme ;
Tes baisers sont le miel que nous donnent les fleurs.
Ton cœur a soupiré, viens-tu chercher mon âme ?
Elle erre sur ma bouche et veut sécher tes pleurs.
Cache-moi sous des fleurs.

LE ROSE DI SAADI

Volevo portarti delle rose questa mattina
ma ne avevo raccolte così tante nel mio corsetto
che i nodi troppo stretti non hanno potuto contenerle.

I nodi sono esplosi. Le rose sono volate via
nel vento e al mare sono tutte arrivate..
Hanno seguito l’acqua per non tornare più;

l'onda è apparsa rossa, come in fiamme.
Stasera il mio vestito ancora ne è profumato.
Respirane su di me l'odoroso ricordo.

LES ROSES DE SAADI (testo originale)
J'ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j'en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n'ont pu les contenir.

Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s'en sont toutes allées.
Elles ont suivi l'eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée…
Respires-en sur moi l'odorant souvenir.

[GLI AMANTI] SEPARATI

Non scrivere. Sono triste, e vorrei spegnermi
Le belle estati senza di te, sono come una notte senza una luce
Ho richiuso le mie braccia, non possono raggiungerti,
e bussare al mio cuore è come bussare su una tomba.
Non scrivere!

Non scrivere. Impariamo a morire per noi stessi.
Non chiedo che a Dio, che a te, se ti amavo!
Nel profondo della tua assenza, ascoltare che tu mi ami
è comprendere il cielo senza mai salirci.
Non scrivere!

Non scrivere. Ho paura di te, ho paura della mia memoria:
ha conservato la tua voce che spesso mi chiama.
Non mostrare la acque di fonte a chi non la può bere.
Una cara scrittura è un ritratto vivente.
Non scrivere!

Non scrivere quelle dolci parole che non oso più leggere:
sembra che la tua voce le versi sul mio cuore;
che le veda bruciare attraverso il tuo sorriso;
sembra che un bacio le imprima sul mio cuore.
Non scrivere!

LES SEPAREES  (testo originale)
N'écris pas. Je suis triste, et je voudrais m'éteindre.
Les beaux étés sans toi, c'est la nuit sans flambeau.
J'ai refermé mes bras qui ne peuvent t'atteindre,
Et frapper à mon coeur, c'est frapper au tombeau.
N'écris pas !

N'écris pas. N'apprenons qu'à mourir à nous-mêmes.
Ne demande qu'à Dieu… qu'à toi, si je t'aimais !
Au fond de ton absence écouter que tu m'aimes,
C'est entendre le ciel sans y monter jamais.
N'écris pas !

N'écris pas. Je te crains ; j'ai peur de ma mémoire ;
Elle a gardé ta voix qui m'appelle souvent.
Ne montre pas l'eau vive à qui ne peut la boire.
Une chère écriture est un portrait vivant.
N'écris pas !

N'écris pas ces doux mots que je n'ose plus lire :
Il semble que ta voix les répand sur mon coeur ;
Que je les vois brûler à travers ton sourire ;
Il semble qu'un baiser les empreint sur mon coeur.
N'écris pas !

IO NON SO PIU', IO NON VOGLIO PIU'

Io non so più, io non voglio più
Non so più da dove è nata la mia collera;
ha parlato…e le sue colpe sono scomparse.
I suoi occhi imploravano, la sua bocca voleva piacere:
dove sei fuggita mia timida collera?
non lo so più.

Non voglio più guardare ciò che amo
Non appena sorride, tutti i miei pianti svaniscono.
Invano, per forza o per dolcezza suprema,
l’amore e lui, vogliono ancora che io ami;
io non voglio più.

Non so più evitarlo nella sua assenza;
tutti i miei giuramenti sono ormai superflui.
Senza tradirmi, ho sfidato la sua presenza;
ma senza morire sopportare la sua assenza
io non so più.

JE NE SAIS PLUS, JE NE VEUX PLUS (testo originale)
Je ne sais plus d’où naissait ma colère ;
Il a parlé… Ses torts sont disparus.
Ses yeux priaient, sa bouche voulait plaire :
Où fuyais-tu, ma timide colère ?
Je ne sais plus.

Je ne veux plus regarder ce que j’aime.
Dès qu’il sourit, tous mes pleurs sont perdus.
En vain, par force ou par douceur suprême,
L’amour et lui veulent encor que j’aime ;
Je ne veux plus.

Je ne sais plus le fuir en son absence ;
Tous mes serments alors sont superflus.
Sans me trahir, j’ai bravé sa présence ;
Mais sans mourir supporter son absence,
Je ne sais plus !

Marceline Desbordes-Valmore par Michel Martin Drolling (1789-1861Nel 1820 Marceline lascia il palcoscenico come cantante, e nel 1832 anche come attrice, per dedicare il suo tempo completamente alla scrittura.
I soggetti che sceglie sono quelli dei romantici, canta l’amore per i bambini, i poveri, i disabili, i prigionieri politici, ovvero per tutti gli esseri fragili. Scrive anche di spiritualità, scrive sull’amore, sul suo amore, sulla maternità, (in particolare sul suo unico figlio vivente, sulle morti premature, sulla morte dei suoi figli), sulla assenza e sulla morte.

In sostanza ci troviamo di fronte ad una libera pensatrice, colta e sensuale, fiorente ed abissale.
È suo, fra i molti, il significativo e coraggioso aforisma, tratto da una bellissima lettera (Lettre de Femme) “Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire; J'écris pourtant” (so bene che le donne non dovrebbero scrivere; ciononostante, io scrivo)
Pochi hanno saputo scavare così profondamente nei rapporti uomo-donna, analizzare le frustrazioni dell’animo femminile di fronte allo spirito inquieto dell’altro che sa amare, ma è attratto da altre cose, da avventure, da viaggi.
 Marceline, oltre alle poesie, ha scritto anche racconti, romanzi e molte lettere, ed è stata un riferimento espressivo per grandi autori francesi, come Hugo, Rimbaud, Mallarmé.
Honoré de Balzac, apprezzava con convinzione il suo talento e la spontaneità dei suoi versi.
E’ considerata la poetessa che ha influito l'evoluzione della scrittura di Paul Verlaine, il quale dichiara: « Proclamiamo ad alta e intelligibile voce che Marceline Desbordes-Valmore è senz'altro […] la sola donna di genio e di talento di questo secolo e di tutti i secoli […]»
È l’unica donna inclusa nella celebre antologia di Verlaine “I poeti maledetti”. Particolarmente stimata da Charles Baudelaire, che parla di lei come la perfetta incarnazione della donna, afferma: « Mme Desbordes-Valmore fu donna, fu sempre donna e non fu nient'altro che donna; ma ebbe un grado straordinario di espressione poetica intrisa di tutte le bellezze naturali della donna.»
Ha inventato il verso libero, è stata la prima ad utilizzare il verso dispari e ad occuparsi della musicalità della parola, e a fare uso della figura retorica della sinestesia.
Il fatto di essere donna, e di essere presa poco su serio, le ha permesso di essere più coraggiosa, più audace, di tentare nuovi modi di poetare, insomma di sperimentare.
Tutti i letterati di Francia erano rimasti incantati da lei, per il fatto che incarnava, come pochi, lo spirito del tempo, cioè il tramonto del Romanticismo, ed i primi bagliori del Simbolismo, la chiamavano “maestro” e la osannavano, cosa questa che non le ha però permesso negli anni seguenti, di trovare il giusto o un minimo spazio nelle antologie.
Probabilmente perché era soltanto una donna.
[ © LdV ]

marceline%20desbordes-valmore%20%E0%20douaiLe sue prime pubblicazioni:
1819 Élégies (raccolta di poesie) e Romanzi
1825 Élégies(raccolta di poesie) e Novelle in versi
1830 Poésies inédites.
1833 Les Pleurs, “L’Atelier d’un peintre”, “Scènes de la vie privée” (una commedia autobiografica)
1839 Pauvres fleurs.
1840 Racconti in prosa per ragazzi
1842 Racconti in versi per ragazzi.
1843 Bouquets et prières,.
1855 Jeunes Têtes et Jeunes Cœurs
1860 Una raccolta postuma delle sue Poesie pubblicate da Auguste Lacaussade.


[©traduzioneLdV] le traduzioni  dalla lingua originale francese delle tre poesie di Marceline Desbordes-Valmore sono state curate da LdV (Lorenzo de Vanne) in collaborazione di ALS (Anna Luna Sofi).


Se volete, potete consultare il sito ufficiale dedicato a Marceline Desbordes-Valmore:
http://www.desbordes-valmore.net/

Oppure leggere in lingua originale i numerosi testi che ha scritto durante la sua travagliata vita:
http://fr.wikisource.org/wiki/Cat%C3%A9gorie:Marceline_Desbordes-Valmore

http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/marceline_desbordes_valmore/index.html

http://italiano.agonia.net/index.php/author/0016532/index.html#bio

o se volete ascoltare delle audio-poesia di Marceline:
http://www.litteratureaudio.com/livre-audio-gratuit-mp3/marceline-desbordes-valmore-poesies.html


(prima di avviare, ricordarsi di stoppare la musica di fondo del blog posto sulla colonna di destra)

Un famoso cantante francese dei nostri tempi, Julien Clerc ha scritto la musica sulle parole di una poesia di Marceline, "Les séparés" (testo pubblicato in questo post). Nel video, qui proposto, la canzone è cantata dallo stesso Julien Clerc in duo con Isabelle Boulay.

La stessa canzone precedente è qui invece cantata da un altro importante cantante francese Benjamin Biolay.

Sulle parole della poesia "Le roses de Saadi" (testo pubblicato in questo post)  Franklin Hamon ha musicato e cantato questa bella canzone. 

Sor Juana Inés de la Cruz (1648?-1695)

57suor-juana_01Juana Inés de la Cruz nasce come Juana de Asbaje y Ramírez de Santillana a San Miguel de Nepantla (Messico) il 12 novembre 1648 (per altri nel 1651), figlia illegittima di madre creola e padre basco.

Tutta la sua vita, è caratterizzata da una straordinaria passione per il sapere: fin da piccolissima sfoglia i libri della biblioteca del nonno paterno, a tre anni impara di nascosto a leggere e scrivere, a sette anni compone un inno sulla Comunione.
L’inquietudine di Juana convince la madre, e va vivere presso dei parenti a Città del Messico, qui la fanciulla cresce graziosa ed estremamente intelligente, si lascia guidare nell’apprendimento solo dalla propria curiosità e dal proprio intelletto.
Impara velocemente, la sua cultura, enciclopedica, è vastissima, conosce quattro lingue, nonché la matematica, la filosofia e la teologia.
Juana diventa talmente celebre per la sua sapienza, per la sua capacità di scrivere poesie, teatro e altro, che viene ricevuta a corte nel 1664 e accolta tra principesse e nobili, sotto la stima e l’affetto di Leonor Carreto, moglie del Vicerè, diventando sua dama d’onore con il titolo di "amatissima".
Istaura con Leonor (Laura nelle sue poesia) un rapporto speciale, musa, amica e compagna di emozioni.
Ma nel 1667, Juana abbandona improvvisamente la Corte ed entra in convento.
Una decisione ancora oggi misteriosa, si tratta probabilmente di una decisione pratica, basata sulla valutazione delle opportunità che la sua condizione di donna e di illegittima le si prospettano a quell’epoca in Messico, anche considerando il fatto che avrebbe perduto entro qualche anno la vicinanza e la protezione di Eleonor, di ritorno in patria, per fine mandato del marito come Vicerè.
Juana è bella, disinvolta nella sua breve giovinezza laica, miete successi nei saloni delle feste del Vicerè. È misteriosa e un po’ fredda, riflessiva e capace di grandi sacrifici, come quello di rinchiudersi in un convento di clausura senza avere la minima vocazione, ma solo perché questa è l’unica strada possibile affinché una come lei possa ricevere un’educazione e avere una vita intellettuale. Ed è anche, una donna molto femminile che sa sedurre e lodare il prossimo visto che, grazie a queste capacità, riesce ad ottenere simpatia e sostegno.
Pronuncia i voti il 21 febbraio 1669 ed entra nell’ordine di san Girolamo, che nonostante i voti di povertà, permette alle suore di possedere beni personali, gioielli e, come nel caso di Juana, libri.
429px-Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera
La sua cella diviene la biblioteca più ricca (circa diecimila libri) di tutto il Messico, piena anche di strumenti musicali e scientifici, dove riceve i più importanti letterati e studiosi dell’epoca.
Nel 1680 arriva a Città del Messico il nuovo Viceré, assieme alla moglie María Luisa Manrique de Lara, contessa di Paredes, donna colta e molto affascinante.
L’incontro fra Marìa Luisa e Juana è subito simpatia ed ammirazione reciproca; la loro relazione diviene ben presto un’amicizia molto particolare, una reciproca devozione.
La contessa è una donna straordinaria che lega subito con Juana, la va a trovare in cella e discute con lei di tutto.
L’affetto di Suor Juana per Maria Luisa (celebrata con i nomi di Lysi e Filis), a giudicare dal tono delle composizioni che le indirizza, si trasforma rapidamente in un sentimento particolare che può solo essere definito come una intensa amicizia amorosa, corrisposta con pari eccessi, effusioni e passione.
È un legame molto speciale.
Maria Luisa diviene inoltre, di fatto, una protezione importante da chi la vuole riprendere per i suoi comportanti poco formali.
E quando Maria Luisa torna in Spagna, si trova sola a fronteggiare un temibile nemico, l’arcivescovo di Città del Messico, Francisco Aguiar y Seijas, che ha un particolare disprezzo per il sesso femminile, e che ritiene un affronto il fatto che una donna sia riconosciuta come intellettuale, e intollerabile che una monaca scriva canzoni per balli, versi d’amore e testi di teatro che non hanno nulla di "sacro".
Il vescovo finisce per proibirle di studiare e scrivere, lei accenna all’inizio una qualche resistenza ma poi cede forse per sfuggire alla possibile accusa di disobbedienza, e quella, ben più
temibile, di eresia, consegnando al vescovo ogni suo bene, libri, strumenti scientifici, e strumenti musicali, dopo aver scritto una bellissima lettera al suo accusatore, difendendo il diritto delle donne a studiare e scrivere esattamente come gli uomini.
Ridotta al silenzio, Juana si avvia quasi consapevolmente verso la fine.
Ella muore infatti di peste nel 1695, il 17 aprile , dopo essersi prodigata nelle cure alle altre monache colpite dal morbo.

L'INGRATO CHE MI LASCIA, CERCO AMANTE

L’ingrato che mi lascia, cerco amante;
l’amante che mi segue, lascio ingrata;
costante adoro chi il mio amor maltratta;
maltratto chi il mio amor cerca costante.
Chi tratto con amor, per me é diamante,
e son diamante a chi in amor mi tratta;
voglio veder trionfante chi mi uccide,
e uccido chi mi vuol veder trionfante.
Soffre il mio desiderio, se a uno cedo;
se l’altro imploro, il mio puntiglio oltraggio:
in ambo i modi infelice io mi vedo.
Ma per mio buon profitto ognor mi ingaggio
a esser, di chi non amo, schivo arredo,
e mai, di chi non mi ama, vile ostaggio.

(versione in lingua spagnola)
Al que ingrato me deja, busco amante;
al que amante me sigue, dejo ingrata;
constante adoro a quien mi amor maltrata;
maltrato a quien mi amor busca constante.
Al que trato de amor, hallo diamante,
y soy diamante al que de amor me trata;
triunfante quiero ver al que me mata,
y mato al que me quiere ver triunfante.
Si a éste pago, padece mi deseo;
si ruego a aquél, mi pundonor enojo:
de entrambos modos infeliz me veo.
Pero yo, por mejor partido, escojo
de quien no quiero, ser violento empleo,
que, de quien no me quiere, vil despojo.

A FILIS
(poesia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava Filis)

Come te, Filis, io ti amo;
ché i tuoi meriti vedendo,
questo è l'unico tuo elogio.
Esser donna e starti assente
non impediscon di amarti;
le anime, tu ben lo sai,
distanza ignorano e sesso.
E l'ordine naturale
iene osservato in sue leggi
solo da beltà comuni,
secondo il comune ossequio.
Non quella tua, ché godendo
imperiali privilegi,
nascesti prodigio bello
con esenzioni regali:
la cui mano poderosa,
il cui sforzo necessario,
per le anime dominare
impugnò lo scettro bello.
Accogli un'anima arresa
la cui vigilia studiosa
vorrebbe moltiplicarla
sol per crescere il tuo impero.
Ben so che non è favore
darti quel che è di diritto
tuo; ma se mia io la chiamo
è per dartela di nuovo.
E' destrezza del mio amore
negarti, talvolta, il feudo,
perché, in lotta, tu raddoppi
i trionfi, se non i regni.
Oh, chi può mai consegnarti,
non le ricchezze di Creso,
ché materiali tesori
sono indegni di tal sire;
bensì ogni anima affrancata,
ogni petto più arrogante,
che, di conoscerti forti,
dal tuo giogo sono esenti!
Volle provvido l'amore,
il danno evitar discreto,
che di cenere i tuoi occhi
riempian tutto l'universo.
Ma è libertà sventurata
quella di chi ignora, stolto,
delle tue malie divine
il veleno salutare!
I tuoi miracoli han reso,
l'ordine contravvenendo,
il dolor grato e soave
e glorioso ogni tormento.
E se un filosofo, solo
vedendo il sire di Delo,
del travaglio della vita
si dava per soddisfatto,
io con assai più ragione
pagherei tua dolce vista
non con l'ansia di una vita,
ma col prezzo di una morte!
Se credito non mi dai,
dallo ai tuoi meriti almeno,
ché, se esamini la causa,
tu devi trovar l'effetto.
Potrò mai cessar di amarti,
se sì divina ti vedo?
C'è causa che non produce?
C'è potenza senza oggetto?
Poiché tu sei il più leggiadro,
grande, sovrumano eccesso
che abbia visto in cerchi tanti
il verde girar del tempo,
perché il mio amor ti vide?
Perché la mia fede ti offro,
quando ogni dote tua è
firma di mia prigionia?
Volgi su te stessa gli occhi
e troverai, in te e in loro,
che è possibile l'amore
e necessaria l'arresa,
mentre intanto ogni pensiero,
a contemplarti occupato,
che io vivo assicura, solo
sapendo che per te muoio.

A LYSI
(posia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava anche Lysi)

Quando l'amore tentò
di fare tue le mie spoglie,
Lysi, e la luce mi levò,
diede all'anima quegli occhi
che dal corpo mio sottrasse.
Diede a me, perchè potessi
con più attenzione adorarti,
occhi con cui contemplarti;
e così ebbi miglior vista,
pur se mi accecò il guardarti.
E prima questi occhi in me
erano intralci penosi:
non avendoti per sè
è chiaro che erano oziosi
non potendo veder te.
Accecarsi, a mio vedere,
fu una grande provvidenza
poichè non potevo averti:
a chi più luce non ha,
che importa vedere o no?
Ma è una gloria così rara
quella che ho nell'adorarti,
che, se pure mi uccidesse,
porrebbe fine la gioia
a quel che il dolor non seppe.
Ma che importa se la palma
mi sottraggono, violenti,
in questa amorosa calma,
non del mio corpo i tormenti,
ma dell'anima i diletti?
Così avrò nella violenta
condanna di non vederti,
a sollievo del tormento,
sempre il mio pensiero in te,
sempre te nel mio pensiero.
Qui nell'anima vedrò
il centro dei miei affetti
con gli occhi della mia fede:
chè piaceri immaginati,
anche un cieco può vederli.

Dono in cui l'affetto fa omaggio di semplicità
Lysi, alle tue belle mani
dono castagne spinose,
perchè dove abbondan rose
non posson mancare spine.
Se tendi alla loro asprezza
e con questo il gusto inganni,
perdona la rustichezza
di chi te le regalò;
perdona, ché questo riccio
solo può donar castagne.

Grandissima scrittrice e poetessa messicana, Juana è prima di tutto una donna.
Uno spirito libero che turbò il Messico spagnolo della Controriforma e dell'Inquisizione. Una donna che per amor dello studio, della filosofia e della scienza, scossa da un'indomabile sete di conoscenza scelse di farsi suora.
Da molti considerata la poetessa più importante, la più emblematica fra tutte le scrittrici latino-americane, visse per la sua libertà, per la sua autonomia, per il suo amore al di là di ogni regola.
Poesie, opere teatrali, canti liturgici, saggi mistici e filosofici, è la nutrita produzione di questa donna di poesia.
Vissuta nel 1600, risente della letteratura barocca spagnola, ormai all’epilogo, e per l’uso che fa dell’allegoria, la si può definire una allegorica, una pre-illuminista.
La sua produzione letteraria mostra una bellezza strutturale evidente, dietro la ricchezza verbale e l’audacia della retorica, è presente una solida architettura concettuale costituita di idee filosofiche, teologiche e di mitologia greca e romana.
Tutti i suoi scritti sono impregnanti di elegante sensualità.
La conoscenza erotica rivelata dalle poesie e dalle commedie di suor Juana è qualcosa di raffinato di sentito di esperienziale, è poesia dei sensi, i cui versi sono i più soavi e delicati versi che sono usciti dalla penna di una donna.
Tutte la sue poesie sono raccolte in tre volumi dal titolo “Inundacion castalida de la unica poetisa, musa decima”.
La sua produzione letteraria comprende opere di teatro, le cui più significative sono “Los empenos de una casa” e “Amor”e rappresentazioni cantate per la liturgia, delle quali la più nota è “El Divino Narciso”.
Scrive inoltre opere in prosa in forma di lettere mistiche, delle quali la più famosa “Respuesta a la muy ilustre Sor Filotea de Cruz” a difesa delle accuse del vescovo Vieyra, e poemi in cui risalta la sua piena libertà di vedute e di idee come in “Redondillas” nel quale difese i diritti delle donne, o come in “Hombres cecio” nel quale invece critica l’eccesso di sessismo dell’epoca.
Scrive l’ultima opera pochi mesi prima della morte“Yo, la Peor de Todas” ovvero “Io la peggiore di tutte”, è una richiesta di perdono alle consorelle.

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(le poesie tradotte in italiano sono state tratte da: "Juana Inés de la Cruz – Versi d'amore e di circostanza, a cura di Angelo Morino, Einaudi Editore)


"Hombres necios" di Sor Juana recitata in lingua originale.

Da un testo di Sor Juana, e musica di Alfredo Sanchez

Isabella Morra (1520-1546)

post bronzoisabella300Isabella Morra (1520-1546), nata a Favale (l’odierna Valsinni) vicino Matera da famiglia nobile, condusse una vita infelice e inquieta nel castello di famiglia, una severa rocca sulla valle del Siri (oggi Sinni), sognando la corte francese nella quale viveva il padre, costretto ad emigrare per aver parteggiato con gli sconfitti francesi contro i spagnoli.
Sola, fin da quando aveva otto anni, in quel maniero sinistro, sotto la tutela dei fratelli rozzi e selvatici che la detestavano, ebbe come unico conforto la lettura dei classici, la composizione di poesie, ed il fantasticare.
Un canonico, suo precettore, per alleviare questa profonda solitudine, favorì la conoscenza e la corrispondenza tra Isabella e il cavaliere e poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, marito dell’amica Caracciolo, stabilitosi nelle vicinanze, tra l’altro amico dell’imperatore spagnolo Carlo V, e quindi nemico dei Morra.
Isabella aveva ventitre anni quando tra loro cominciò una fitta corrispondenza letteraria
Non si sa se i rapporti tra i due rimasero platonici oppure si concretizzarono in una relazione passionale, ma la gente cominciò a mormorare, e le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, che associando motivi di "onore" a quelli politici, attuarono una sanguinosa vendetta, uccisero prima il precettore di Isabella, poi la stessa Isabella e, qualche tempo dopo il poeta Diego.

Secoli dopo, nel 1928 il filosofo abruzzese Benedetto Croce, si interessò della vicenda e pubblicò il saggio
"Storia di Isabella Morra e Diego Sandoval De Castro", che di fatto riportò alla luce la storia e la poetica della sfortunata poetessa.
Croce fece effettuare scavi alla ricerca delle spoglie della giovane donna, in particolar modo sotto la chiesa, ai piedi del castello, senza ottenere risultati, tanto che ancora oggi non si conosce dove sia ubicato il corpo d’ Isabella, alimentando fantasie e miti, come quello del fantasma della poetessa, che non avendo ricevuto degna sepoltura, vaghi ancora per le stanze del castello.

 

Canto II

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch'alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

 Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela,
cd ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

Canto VII

Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtute e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.

Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunq’io arresti, ovunqu’io mova i passi;
chè Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ogn’or il mio male, ogn’or l’eterna.

Deh, mentre chì’io mi lagno e giorno e notte,
o fere. o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,

ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine.

Restano di lei poche liriche, appena tredici (dieci sonetti e tre canzoni), ma sono in esse alcuni tra gli accenni più vivi della poesia del cinquecento, ma, anche se seguono la tradizione petrarchista, e si distinguono per l’eleganza formale, sono intrise della sua drammatica esistenza.
Esse testimoniano oltre alla raffinatissima cultura, un’indole appassionata e melanconica, che ricordano le liriche del Leopardi, nel forte e sempre intenso riflesso dei propri stati d’animo in aspetti consimili del paesaggio.
In esse si ritrovano i temi della solitudine e dell’isolamento, della angosciosa attesa di suo padre, del desiderio di evasione, ogni angolo della sua terra, osservata dall’alto della sua rocca, diventa elemento su cui sfogare tutto questa inquietudine.
E la fortuna spesso invocata e poi dileggiata, si ritrova spesso nelle sue liriche, nella consapevolezza di questa condizione ingiusta e senza speranza.
Isabella appartiene al gruppo delle poetesse, così dette “rimatrici”, del Cinquecento, di imitazione petrarchesca, secondo il concetto critico espresso dal Bembo, che voleva ricondurre la lirica alla pura imitazione del Petrarca, per quanto attiene la purezza della lingua italiana e alla struttura classica del sonetto, della canzone e della sestina.
La tragicità dei rilievi e la potenza rappresentativa delle immagini ci fa riconoscere in Isabella Morra e nel suo minuto canzoniere, intuitivamente riscoperto e rivalutato da Benedetto Croce, una testimonianza di Poesia “senza tempo”.

castelloIsabella400


Ringrazio l' amica m0rgause che mi ha “acceso” la memoria su questa poetessa, permettendomi di riprendere la sua storia e la sua poetica, e sintetizzarla in questo post.
C
olgo l’occasione per invitare le amiche e gli amici ospiti a consultare e leggere l’interessante lavoro fatto tempo fa dalla stessa m0rgause su Isabella, presso il suo blog:
http://stregam0rgause.splinder.com/post/18257000/isabella-morra-misconosciuta-poetessa-del-500-italiano

 



Se volete leggere ed ascoltare alcune poesie di Isabella, potete farlo presso qusto sito:
http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poePoesie&poeId=25

e se volete approfondire l'analisi della sua poetica, potete consultare i documenti presso questo sito:
http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poeSchedaCritica&poeId=25&criId=24
 


Testo letto da Dino Becagli e musica di Rocco De Rosa.Nelle foto il fiume Sinni, chiamato Siri al tempo di Isabella.

 

 

Testo letto da Dino Becagli,e musica di Rocco De Rosa,"I fieri assalti di crudel fortuna…"