Sor Juana Inés de la Cruz (1648?-1695)

57suor-juana_01Juana Inés de la Cruz nasce come Juana de Asbaje y Ramírez de Santillana a San Miguel de Nepantla (Messico) il 12 novembre 1648 (per altri nel 1651), figlia illegittima di madre creola e padre basco.

Tutta la sua vita, è caratterizzata da una straordinaria passione per il sapere: fin da piccolissima sfoglia i libri della biblioteca del nonno paterno, a tre anni impara di nascosto a leggere e scrivere, a sette anni compone un inno sulla Comunione.
L’inquietudine di Juana convince la madre, e va vivere presso dei parenti a Città del Messico, qui la fanciulla cresce graziosa ed estremamente intelligente, si lascia guidare nell’apprendimento solo dalla propria curiosità e dal proprio intelletto.
Impara velocemente, la sua cultura, enciclopedica, è vastissima, conosce quattro lingue, nonché la matematica, la filosofia e la teologia.
Juana diventa talmente celebre per la sua sapienza, per la sua capacità di scrivere poesie, teatro e altro, che viene ricevuta a corte nel 1664 e accolta tra principesse e nobili, sotto la stima e l’affetto di Leonor Carreto, moglie del Vicerè, diventando sua dama d’onore con il titolo di "amatissima".
Istaura con Leonor (Laura nelle sue poesia) un rapporto speciale, musa, amica e compagna di emozioni.
Ma nel 1667, Juana abbandona improvvisamente la Corte ed entra in convento.
Una decisione ancora oggi misteriosa, si tratta probabilmente di una decisione pratica, basata sulla valutazione delle opportunità che la sua condizione di donna e di illegittima le si prospettano a quell’epoca in Messico, anche considerando il fatto che avrebbe perduto entro qualche anno la vicinanza e la protezione di Eleonor, di ritorno in patria, per fine mandato del marito come Vicerè.
Juana è bella, disinvolta nella sua breve giovinezza laica, miete successi nei saloni delle feste del Vicerè. È misteriosa e un po’ fredda, riflessiva e capace di grandi sacrifici, come quello di rinchiudersi in un convento di clausura senza avere la minima vocazione, ma solo perché questa è l’unica strada possibile affinché una come lei possa ricevere un’educazione e avere una vita intellettuale. Ed è anche, una donna molto femminile che sa sedurre e lodare il prossimo visto che, grazie a queste capacità, riesce ad ottenere simpatia e sostegno.
Pronuncia i voti il 21 febbraio 1669 ed entra nell’ordine di san Girolamo, che nonostante i voti di povertà, permette alle suore di possedere beni personali, gioielli e, come nel caso di Juana, libri.
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La sua cella diviene la biblioteca più ricca (circa diecimila libri) di tutto il Messico, piena anche di strumenti musicali e scientifici, dove riceve i più importanti letterati e studiosi dell’epoca.
Nel 1680 arriva a Città del Messico il nuovo Viceré, assieme alla moglie María Luisa Manrique de Lara, contessa di Paredes, donna colta e molto affascinante.
L’incontro fra Marìa Luisa e Juana è subito simpatia ed ammirazione reciproca; la loro relazione diviene ben presto un’amicizia molto particolare, una reciproca devozione.
La contessa è una donna straordinaria che lega subito con Juana, la va a trovare in cella e discute con lei di tutto.
L’affetto di Suor Juana per Maria Luisa (celebrata con i nomi di Lysi e Filis), a giudicare dal tono delle composizioni che le indirizza, si trasforma rapidamente in un sentimento particolare che può solo essere definito come una intensa amicizia amorosa, corrisposta con pari eccessi, effusioni e passione.
È un legame molto speciale.
Maria Luisa diviene inoltre, di fatto, una protezione importante da chi la vuole riprendere per i suoi comportanti poco formali.
E quando Maria Luisa torna in Spagna, si trova sola a fronteggiare un temibile nemico, l’arcivescovo di Città del Messico, Francisco Aguiar y Seijas, che ha un particolare disprezzo per il sesso femminile, e che ritiene un affronto il fatto che una donna sia riconosciuta come intellettuale, e intollerabile che una monaca scriva canzoni per balli, versi d’amore e testi di teatro che non hanno nulla di "sacro".
Il vescovo finisce per proibirle di studiare e scrivere, lei accenna all’inizio una qualche resistenza ma poi cede forse per sfuggire alla possibile accusa di disobbedienza, e quella, ben più
temibile, di eresia, consegnando al vescovo ogni suo bene, libri, strumenti scientifici, e strumenti musicali, dopo aver scritto una bellissima lettera al suo accusatore, difendendo il diritto delle donne a studiare e scrivere esattamente come gli uomini.
Ridotta al silenzio, Juana si avvia quasi consapevolmente verso la fine.
Ella muore infatti di peste nel 1695, il 17 aprile , dopo essersi prodigata nelle cure alle altre monache colpite dal morbo.

L'INGRATO CHE MI LASCIA, CERCO AMANTE

L’ingrato che mi lascia, cerco amante;
l’amante che mi segue, lascio ingrata;
costante adoro chi il mio amor maltratta;
maltratto chi il mio amor cerca costante.
Chi tratto con amor, per me é diamante,
e son diamante a chi in amor mi tratta;
voglio veder trionfante chi mi uccide,
e uccido chi mi vuol veder trionfante.
Soffre il mio desiderio, se a uno cedo;
se l’altro imploro, il mio puntiglio oltraggio:
in ambo i modi infelice io mi vedo.
Ma per mio buon profitto ognor mi ingaggio
a esser, di chi non amo, schivo arredo,
e mai, di chi non mi ama, vile ostaggio.

(versione in lingua spagnola)
Al que ingrato me deja, busco amante;
al que amante me sigue, dejo ingrata;
constante adoro a quien mi amor maltrata;
maltrato a quien mi amor busca constante.
Al que trato de amor, hallo diamante,
y soy diamante al que de amor me trata;
triunfante quiero ver al que me mata,
y mato al que me quiere ver triunfante.
Si a éste pago, padece mi deseo;
si ruego a aquél, mi pundonor enojo:
de entrambos modos infeliz me veo.
Pero yo, por mejor partido, escojo
de quien no quiero, ser violento empleo,
que, de quien no me quiere, vil despojo.

A FILIS
(poesia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava Filis)

Come te, Filis, io ti amo;
ché i tuoi meriti vedendo,
questo è l'unico tuo elogio.
Esser donna e starti assente
non impediscon di amarti;
le anime, tu ben lo sai,
distanza ignorano e sesso.
E l'ordine naturale
iene osservato in sue leggi
solo da beltà comuni,
secondo il comune ossequio.
Non quella tua, ché godendo
imperiali privilegi,
nascesti prodigio bello
con esenzioni regali:
la cui mano poderosa,
il cui sforzo necessario,
per le anime dominare
impugnò lo scettro bello.
Accogli un'anima arresa
la cui vigilia studiosa
vorrebbe moltiplicarla
sol per crescere il tuo impero.
Ben so che non è favore
darti quel che è di diritto
tuo; ma se mia io la chiamo
è per dartela di nuovo.
E' destrezza del mio amore
negarti, talvolta, il feudo,
perché, in lotta, tu raddoppi
i trionfi, se non i regni.
Oh, chi può mai consegnarti,
non le ricchezze di Creso,
ché materiali tesori
sono indegni di tal sire;
bensì ogni anima affrancata,
ogni petto più arrogante,
che, di conoscerti forti,
dal tuo giogo sono esenti!
Volle provvido l'amore,
il danno evitar discreto,
che di cenere i tuoi occhi
riempian tutto l'universo.
Ma è libertà sventurata
quella di chi ignora, stolto,
delle tue malie divine
il veleno salutare!
I tuoi miracoli han reso,
l'ordine contravvenendo,
il dolor grato e soave
e glorioso ogni tormento.
E se un filosofo, solo
vedendo il sire di Delo,
del travaglio della vita
si dava per soddisfatto,
io con assai più ragione
pagherei tua dolce vista
non con l'ansia di una vita,
ma col prezzo di una morte!
Se credito non mi dai,
dallo ai tuoi meriti almeno,
ché, se esamini la causa,
tu devi trovar l'effetto.
Potrò mai cessar di amarti,
se sì divina ti vedo?
C'è causa che non produce?
C'è potenza senza oggetto?
Poiché tu sei il più leggiadro,
grande, sovrumano eccesso
che abbia visto in cerchi tanti
il verde girar del tempo,
perché il mio amor ti vide?
Perché la mia fede ti offro,
quando ogni dote tua è
firma di mia prigionia?
Volgi su te stessa gli occhi
e troverai, in te e in loro,
che è possibile l'amore
e necessaria l'arresa,
mentre intanto ogni pensiero,
a contemplarti occupato,
che io vivo assicura, solo
sapendo che per te muoio.

A LYSI
(posia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava anche Lysi)

Quando l'amore tentò
di fare tue le mie spoglie,
Lysi, e la luce mi levò,
diede all'anima quegli occhi
che dal corpo mio sottrasse.
Diede a me, perchè potessi
con più attenzione adorarti,
occhi con cui contemplarti;
e così ebbi miglior vista,
pur se mi accecò il guardarti.
E prima questi occhi in me
erano intralci penosi:
non avendoti per sè
è chiaro che erano oziosi
non potendo veder te.
Accecarsi, a mio vedere,
fu una grande provvidenza
poichè non potevo averti:
a chi più luce non ha,
che importa vedere o no?
Ma è una gloria così rara
quella che ho nell'adorarti,
che, se pure mi uccidesse,
porrebbe fine la gioia
a quel che il dolor non seppe.
Ma che importa se la palma
mi sottraggono, violenti,
in questa amorosa calma,
non del mio corpo i tormenti,
ma dell'anima i diletti?
Così avrò nella violenta
condanna di non vederti,
a sollievo del tormento,
sempre il mio pensiero in te,
sempre te nel mio pensiero.
Qui nell'anima vedrò
il centro dei miei affetti
con gli occhi della mia fede:
chè piaceri immaginati,
anche un cieco può vederli.

Dono in cui l'affetto fa omaggio di semplicità
Lysi, alle tue belle mani
dono castagne spinose,
perchè dove abbondan rose
non posson mancare spine.
Se tendi alla loro asprezza
e con questo il gusto inganni,
perdona la rustichezza
di chi te le regalò;
perdona, ché questo riccio
solo può donar castagne.

Grandissima scrittrice e poetessa messicana, Juana è prima di tutto una donna.
Uno spirito libero che turbò il Messico spagnolo della Controriforma e dell'Inquisizione. Una donna che per amor dello studio, della filosofia e della scienza, scossa da un'indomabile sete di conoscenza scelse di farsi suora.
Da molti considerata la poetessa più importante, la più emblematica fra tutte le scrittrici latino-americane, visse per la sua libertà, per la sua autonomia, per il suo amore al di là di ogni regola.
Poesie, opere teatrali, canti liturgici, saggi mistici e filosofici, è la nutrita produzione di questa donna di poesia.
Vissuta nel 1600, risente della letteratura barocca spagnola, ormai all’epilogo, e per l’uso che fa dell’allegoria, la si può definire una allegorica, una pre-illuminista.
La sua produzione letteraria mostra una bellezza strutturale evidente, dietro la ricchezza verbale e l’audacia della retorica, è presente una solida architettura concettuale costituita di idee filosofiche, teologiche e di mitologia greca e romana.
Tutti i suoi scritti sono impregnanti di elegante sensualità.
La conoscenza erotica rivelata dalle poesie e dalle commedie di suor Juana è qualcosa di raffinato di sentito di esperienziale, è poesia dei sensi, i cui versi sono i più soavi e delicati versi che sono usciti dalla penna di una donna.
Tutte la sue poesie sono raccolte in tre volumi dal titolo “Inundacion castalida de la unica poetisa, musa decima”.
La sua produzione letteraria comprende opere di teatro, le cui più significative sono “Los empenos de una casa” e “Amor”e rappresentazioni cantate per la liturgia, delle quali la più nota è “El Divino Narciso”.
Scrive inoltre opere in prosa in forma di lettere mistiche, delle quali la più famosa “Respuesta a la muy ilustre Sor Filotea de Cruz” a difesa delle accuse del vescovo Vieyra, e poemi in cui risalta la sua piena libertà di vedute e di idee come in “Redondillas” nel quale difese i diritti delle donne, o come in “Hombres cecio” nel quale invece critica l’eccesso di sessismo dell’epoca.
Scrive l’ultima opera pochi mesi prima della morte“Yo, la Peor de Todas” ovvero “Io la peggiore di tutte”, è una richiesta di perdono alle consorelle.

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(le poesie tradotte in italiano sono state tratte da: "Juana Inés de la Cruz – Versi d'amore e di circostanza, a cura di Angelo Morino, Einaudi Editore)


"Hombres necios" di Sor Juana recitata in lingua originale.

Da un testo di Sor Juana, e musica di Alfredo Sanchez

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