Louise Labé (1524 – 1565)

untitledLouise Labé nasce Louise Charly, presumibilmente nel 1524 a Lione (Francia), da Pierre Charly ed Etienne Royber.
Il nome Labé proviene da una situazione imprenditoriuale, in quanto il padre, in prime nozze aveva sposato una vedova di un artigiano cordaio di nome Labé, e quindi per una questione di marchio questo nome resterà non solo per definire l’azienda ma anche come riferimento della famiglia, tanto che Louise lo prenderà come nomignolo.
Sia per l’attività redditizia di cordaio sia per aver ereditato diversi patrimoni nei suoi numerosi matrimoni, il padre Pierre diviene benestante e permette a Louise e alla numerosa famiglia di vivere una vita agiata.
Louise ha una buona educazione letteraria, una formazione ampia nei classici e nell’umanesimo italiano: impara il latino, lo spagnolo, l’italiano, l’arte del ricamo, la musica, e frequenta inoltre la scuola di scherma e la scuola di equitazione dei fratelli.
È tanto coinvolta nelle arti marziali e nell’equitazione che è solita partecipare ai tornei vestita da uomo, tale che anche il suo cavalcare è nello stile maschile.
Sembra che partecipi, sempre vestita in abiti maschili, alla battaglia di Perpignan, accanto a Enrico II, con il nome di “Capitano Loys”.
Ancora giovane conosce poeti e scrittori della sua città, diventando un riferimento mondano nei salotti di Lione, per il suo fascino, per la sua cultura e per il suo amore per la poesia.
Seduttrice, ama, è riamata, è ricercata, è corteggiata, si concede, vive la sua vita con serena trasgressione.
Nel 1545 sposa un cordaio benestante, Ennemond Perrin, con almeno venticinque anni più di lei.
Realizza nella sua ricca casa di Lione un vero e proprio laboratorio letterario “bureau d’esprit”, che diviene il punto d’incontro della società più distinta e più letterata, viene soprannominata « La Belle Cordière » (la bella cordiera) per essere figlia e moglie di un cordiere.
Artisti, avvocati, letterati e uomini di cultura, e ricchi italiani figurano come ospiti abituali, tra i quali alcuni come amanti, di questo cenacolo, come Maurice Scève, Claude de Taillemont, Antoine du Moulin, Guillaume Aubert, Jean-Antoine de Baïf, Pontus de Tyard, Jacques Pelletier du Mans, Olivier de Magny, Luigi Francesco Alamani, Antoine Fumée, e infine il suo avvocato e amico fiorentino Fortini.
L’ulteriore agiatezza, specialmente dopo la morte del marito nel 1556, le permette di vivere una vita di lusso e piacere, di spregiudicatezza e di libertinaggio tanto che spesso è additata (specialmente da ex-amanti o da uomini respinti, o gente invidiosa) come donna licenziosa, per la sua vita piena di amori, veri o presunti.
Scrive fin dal 1547, prima una opera in prosa e poi numerose poesie nello stile rinascimentale di allora.
Si conosce poco della sua vita, se non le sue opere, tanto che alcuni critici hanno rappresentato Louise in diversi modi: oltre che scrittrice, ora cortigiana, ora cavaliere, lesbica, prostituta, alimentando uno strano mistero su questa figura.
Le poche notizie sulla sua esistenza ha indotto letterati a molte congetture, tanto che dopo la morte alcuni critici del XVI secolo, hanno pensato a lei come ad un personaggio inventato per goliardia dal gruppo letterario di Lione, tesi questa ripresa anche qualche anno fa (2006) da Mireille Huchon, docente ginevrina, che ipotizza tutta la storia come una finzione elaborata da alcuni poeti dell’epoca del gruppo di Maurice Scève, ovvero che Louise Labé non sia altro che una creazione immaginaria, una sorta di “creature del papier”.
Ovviamente il mondo della cultura, tra le quali la più violenta quella di Marc
louisenbpFumaroli dall’ “Accadémie Francaise”, ha reagito immediatamente, contestando in modo deciso questa tesi.
Già nel 2005, in occasione del compimento dei quattro secoli e mezzo dall’uscita dell’opera, Louise ha ricevuto la consacrazione universitaria ufficiale accanto ai grandissimi nomi maschili, con l’inserimento del suo nome nel programma di “Agrégation de Lettres Modernes”, confermando la traccia indelebile, nella cultura francese, delle sue opere.
Gravemente malata si ritira nella casa di campagna di Parcieux, e dopo aver fatto testamento delle sue rilevanti ricchezze, favorendo i poveri e le giovani madri, muore il 15 febbraio 1565.

[ © LdV ]

“Le plus grand plaisir qu’il soit après l’amour, c’est d’en parler”– Louise Labé

SONETTO XVIII

Baciami ancora, ribaciami e bacia:
dammene uno dei tuoi più succosi,
dammene uno dei tuoi più passionali,
te ne renderò quattro più ardenti della brace.

Ti meravigli? Placo la mia inquietudine,
dandotene altri dieci mielosi.
Così, mescolando i nostri gradevoli baci,
godiamo l’un dell’altro del nostro piacere.

E sarà per entrambi una doppia vita.
Ognuno vivrà in se e nell’altro.
Permettimi, Amore, di pensare qualche follia:

sto sempre male nel vivere una vita discreta
non potendo donarmi nessuna soddisfazione
se fuori di me non posso liberarmi.

(testo in moyen francais)

Baise m’encor, rebaise moy et baise :
Donne m’en un de tes plus savoureus,
Donne m’en un de tes plus amoureus :
Je t’en rendray quatre plus chaus que braise.

Las, te pleins tu ? ça que ce mal j’apaise,
En t’en donnant dix autres doucereus.
Ainsi meslans nos baisers tant heureus
Jouissons nous l’un de I’autre à notre aise.

Lors double vie à chacun en suivra.
Chacun en soy et son ami vivra.
Permets m’Amour penser quelque folie :

Tousjours suis mal, vivant discrettement,
Et ne me puis donner contentement,
Si hors de moy ne fay quelque saillie.

SONETTO VIII

Io vivo, io muoio; io brucio e annego.
Ho molto caldo mentre soffro il freddo;
la vita mi è troppo dolce e troppo dura;
ho una grande tristezza mescolata di gioia.

Rido e piango nello stesso momento,
e nel mio piacere soffro molti grandi tormenti;
la mia felicità se ne va, e mai dura;
nello stesso momento sono secca e lussureggiante.

Così Amore mi conduce incostante;
e quando io penso di essere nel maggior dolore
all’improvviso mi trovo fuori da ogni pena.

Poi quando credo la mia gioia essere certa
e che sono nel punto più alto della mia desiderata felicità
ritorno nella mia sventura precedente.

(testo in moyen francais)

Je vis, je meurs : je me brule et me noye.
J’ay chaut estreme en endurant froidure :
La vie m’est et trop molle et trop dure.
J’ay grans ennuis entremeslez de joye :

Tout à un coup je ris et je larmoye,
Et en plaisir maint grief tourment j’endure :
Mon bien s’en va, et à jamais il dure :
Tout en un coup je seiche et je verdoye.

Ainsi Amour inconstamment me meine :
Et quand je pense avoir plus de douleur,
Sans y penser je me treuve hors de peine.

Puis quand je croy ma joye estre certeine,
Et estre au haut de mon desiré heur,
Il me remet en mon premier malheur.

SONETTO XIII

Oh! se fossi rapita sul bel petto
di colui per il quale io mi sento morire:
se la voglia non mi impedisse di vivere
il poco tempo che mi resta:

se stringendomi mi dicesse “cara Amica,
appaghiamoci l’uno con l’altro”, sarebbe certo
che mai tempesta, Euripe, ne vento
potranno separarci durante la nostra vita:

se nel tenerlo stretto tra le mie braccia,
come l’edera all’albero avvinghiata,
giungesse la morte invidiosa della mia felicità:

quando nella dolcezza dei nostri amplessi,
il mio spirito fuggisse sulle sue labbra
io morirei felice più di quanto lo fossi vivendo.

(testo in moyen francais)

Oh si j’estois en ce beau sein ravie
De celui là pour lequel vois mourant :
Si avec lui vivre le demeurant
De mes cours jours ne m’empeschoit envie :

Si m’acollant me disoit : chere Amie,
Contentons nous l’un l’autre, s’asseurant
Que ja tempeste, Euripe, ne Courant
Ne nous pourra desjoindre en notre vie :

Si de mes bras le tenant acollé,
Comme du Lierre est l’arbre encercelé,
La mort venoit, de mon aise envieuse :

Lors que souef plus il me baiseroit,
Et mon esprit sur ses levres fuiroit,
Bien je mourrois, plus que vivante, heureuse.

SONETTO XXIV

Non mi condannate, Donne, se io ho amato:
se ho sentito mille torce ardenti,
mille supplizi, mille dolori pungenti :
se ho consumato il mio tempo a piangere,

ahimè! che il mio nome non sia da voi  biasimato.
Se ho commesso degli errori, le pene sono già presenti,
non affilate le loro lame violente:
ma pensate che l’ Amore, al momento giusto,

senza che dobbiate scusarvi del vostro ardore di un Vulcano,
senza mostrare la bellezza d’ Adone,
potrà, se lui vuole, rendervi più innamorate:

avendo meno occasioni di me
e una più forte e singolare passione.
Ma guardatevi di essere più sfortunate (di me).

(testo in moyen francais)

Ne reprenez, Dames, si j’ay aymé :
Si j’ay senti mile torches ardentes,
Mile travaus, mile douleurs mordentes :
Si en pleurant, j’ay mon tems consumé,

Las que mon nom n’en soit par vous blamé.
Si j’ay failli, les peines sont presentes,
N’aigrissez point leurs pointes violentes :
Mais estimez qu’Amour, ê point nommé,

Sans votre ardeur d’un Vulcan excuser,
Sans la beauté d’Adonis acuser,
Pourra, s’il veut, plus vous rendre amoureuses :

En ayant moins que moy d’occasion,
Et plus d’estrange et forte passion.
Et gardez vous d’estre plus malheureuses.

SONETTO IV

Da quando il crudele amore avvelenò
per la prima volta del suo fuoco il mio petto,
ho bruciato senza tregua del suo furore divino
che mai un giorno ha abbandonato il mio cuore.

Qualunque sia il supplizio, ed abbastanza me ne ha dato,
qualunque  sia la minaccia e la prossima disgrazia
qualunque pensiero di morte che mette fine a tutto,
il mio cuore ardente non si stupisce di nulla.

Tanto più Amore ci assale con forza,
più ci fa raccogliere le nostre forze,
e ci fa essere sempre vigorosi nei suoi conflitti;

ma questo non è perché ci favorisce,
lui che disprezza gli dei e gli uomini,
ma per apparire più forte contro i forti.

(testo in moyen francais)

Depuis qu’Amour cruel empoisonna
Premierement de son feu ma poitrine,
Tousjours brulay de sa fureur divine,
Qui un seul jour mon coeur n’abandonna.

Quelque travail, dont assez me donna,
Quelque menasse et procheine ruïne :
Quelque penser de mort qui tout termine,
De rien mon coeur ardent ne s’estonna.

Tant plus qu’Amour nous vient fort assaillir,
Plus il nous fait nos forces recueillir,
Et toujours frais en ses combats fait estre

Mais ce n’est pas qu’en rien nous favorise,
Cil qui les Dieus et les hommes mesprise :
Mais pour plus fort contre les fors paroitre.

Nel gran manifestarsi della poesia lirica francese del Cinquecento, la figura di Louise Labé spicca in una dimensione provinciale ma personalissima.
Con Maurice Scéve e Pernette du Guillet, Louise Labé appartiene al gruppo della “scuola lyonnaise”, ha collaborato con molti suoi contemporanei a realizzare salotti di studio e di condivisione letterarie.
Ella scrive delle poesie in una epoca in cui la produzione poetica è intensa. La poesia francese del Cinquecento si stava dando allora delle basi teoriche con De Bellay, e si sviluppa con Ronsard, de Magny, de Tayard e altri seguendo il modello di Petrarca e di altri autori come Catullo e Orazio, o contro esse.
In Louise si sente l’influenza di Ovidio, che ella conosce bene, anche se la sua cultura scaturisce dal Rinascimento italiano.
Sono tre le sue opere, la prima “Debat de la follie et de l’amour”(1542) in cui affronta due argomenti importanti per quell’epoca, la difesa dell’amore e l’elogio della follia, ella trasforma le forme medievali di dibattito e di allegoria e realizza un trattato elegante e dotto.
Dal 1552 inizia a scrivere i “Sonetti”, ventiquattro poesie , e dal 1553 le “Elegie” tre lunghi testi poetici sugli effetti di amore passionale.
La sua opera più importante e che l’ha resa conosciuta e famosa sono i ventiquattro
libro di LL“Sonetti” ispirati alla tradizione petrarchesca, dove evoca sentimenti intensi di passione e di sofferenza causati dall’amore non corrisposto.
Utilizza la struttura del sonetto e le forme retoriche di questa struttura proprio per dare i giusti effetti suggestivi dell’amore lirico.
Tematicamente ordinati, stilisticamente ben costruiti con l’attenzione rivolta agli stilemi, al lessico e alle metafore proprie del modello rinascimentale italiano.
Caratterizzati da una situazione attiva della donna nel rapporto d’amore, con un tono personale inusitato, da una sensualità erotica sottilmente e artisticamente elaborata.
Louise può essere considerata, per quanto riguarda il contenuto della sua produzione, la Gaspara Stampa francese; donna di studi, e frequentatrice di ambienti aristocratici (ma anche dedita all’esercizio delle armi nei tornei cittadini) esuberante e appassionata.
C’è forse ogni tanto nei suoi testi un eccesso di “languore” e “lacrime e sospiri” in modo voluttuoso, ma il talento poetico è indiscutibile.
Le sue opere dopo la morte sono state oggetto di ripetute pubblicazioni, ma sempre in modo ovattato, solo nel 1824 avrà inizio il giusto riconoscimento alla poetica di Louise, con la particolare celebrazione da parte di una altra grande poetessa francese, una Donna di Poesia, Marceline Desbordes-Valmore (post in data 23 febbraio 2011) che ne esalta le virtù compositive con un testo di centouno versi intitolato proprio Louise Labé nella raccolta Les Pleurs (1833)

[ © LdV ]

atelier


[©traduzioni LdV] le traduzioni dal “moyen francais” delle poesie di Luisa Labé, qui pubblicate sono state curate da Lorenzo de Vanne


Se volete consultare tutte le opere di Louise con testi originale in francese e in “moyen Francais”, corredate da opportune note e da alcune tracce storiche della sua vita, potete consultare il seguente sito:
http://www2.ac-lyon.fr/enseigne/lettres/louise/index2.html

o anche questo altro, con traduzioni in diverse lingue europee:
http://coulmont.com/labe/


Se se sieti curiosi di leggere il testamento che Louise ha dettato prima di morire, potete consultare questo sito:
http://coulmont.com/labe/


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