Tullia d’Aragona (1508 – 1556)

tulliaTullia d’Aragona nasce a Roma intorno al 1508, da Giulia Campana, cortigiana ferrarese di particolare bellezza, molto nota nell’alta società di allora, e, presumibilmente, da Luigi d’Aragona, nobile di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante pontificato di Leone X.
Trascorre la sua infanzia a Roma, la sua prima giovinezza a Firenze, e poi Siena, ricevendo sempre un'educazione raffinata e colta.
La madre, intuendo subito le qualità della figlia, sia artistiche sia seduttive, la riporta a Roma, ambiente più ricco ed elegante, dove sviluppa ben presto le sue capacità di letterata e di cortigiana.
La sua vita sarà caratterizzata da un continuo muoversi in diverse città italiane, dove riuscirà sempre ad essere accolta per la sua fama di raffinata “etere”.
Creatura spiritosa ed elegante, squisita conversatrice, viene ammirata e amata da moltissimi letterati, che le permettono di coltivare e sviluppare la predisposizione all’arte letteraria e musicale.
Il suo salotto e la sua alcova sono frequentati da personaggi di spicco della società dell’epoca, affascinati da questa donna, alta di statura, non bella, ma con occhi stupendi, e un fascio di capelli biondi, che non affida la sua seduzione al solo aspetto fisico ma anche alla sua cultura, alla sua voce morbida e ben intonata e alla capacità di fare versi.
“Toccava gl'istrumenti musicali con dolcezza tale, e maneggiava la voce cantando così soavemente, che i primi professori degli esercizij ne restavano maravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissima sì che, o scherzando, o trattando da vero, allettava e rapiva (…) gli animi degli ascoltanti.” (A. Zilioli)
Avere molti uomini illustri come amanti, tra cui Benedetto Varchi, Giulio Camillo, il
Tullia2 cardinale Ippolito dè Medici, e Bernardo Tasso (padre di Torquato), non le risparmia però di trovarsi spesso in situazioni di disagio persecutorio per la sua attività di cortigiana e per la licenziosità dei costumi, che la costringe a cambiare spesso città.
Subisce anche l’umiliazione, sentendosi prima di tutto una letterata, di dover indossare i segni di riconoscimento imposti a chi pratica la professione di cortigiana (velo, veletta, o un nastro, di colore giallo).
Non è risparmiata dalle critiche feroci di uomini psudo-moralisti, forse respinti o invidiosi,
che strumentalizzano la sua professione per la sua poetica.
Sposa a Siena, nel 1543 Silvestro Guicciardini, forse unicamente per potersi proteggere dalle severe leggi contro le donne cortigiane, e poco si sa di questo uomo, e tanto meno del loro matrimonio.
Torna a Roma, ma la sua fama di donna “galante” la perseguita e non le permette di
ottenere fino in fondo il favore del pubblico, il resto lo fanno le malelingue che non esitano a definirla “la cortigiana degli Accademici”.
La morte della madre e della sorella Penelope, la spinge pian piano verso una triste solitudine
Una delle più famose donne d’amore del Rinascimento muore il 14 marzo 1556, e viene sepolta nella chiesa di S.Agostino a Roma, accanto alla mamma e alla sorella .
Era figlia dell'amore e visse sacra all'amore” (C. Téoli, 1864).

[ © LdV ]

XXXIX – AMORE UN TEMPO IN COSI' LENTO FOCO

Amore un tempo in cosí lento foco
arse mia vita, e sí colmo di doglia
struggeasi il cor, che qual altro si voglia
martír fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietade a poco a poco
spenser la fiamma; ond'io piú ch'altra soglia
libera da sí lunga e fiera voglia
giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma il ciel né sazio ancor, lassa, né stanco
de' danni miei, perché sempre sospiri,
mi riconduce a la mia antica sorte:

e con sí acuto spron mi punge il fianco,
ch'io temo sotto i primi empi martiri
cadere, e per men mal bramar la morte.

LV – BEN MI CREDEA FUGGENDO IL MIO BEL SOLE

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
scemar (misera me) l' ardente foco
con cercar chiari rivi, e starne a l' ombra
ne i più fronzuti e solitarii boschi;
ma quanto più lontan luce il suo raggio
tanto più d' or in or cresce ' l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo
crescesse quanto è più lontan dal sole?
E pur il provo, che quel divin raggio
quant' è più lunge più raddoppia il foco: note
nè mi giova abitar fontane o boschi,
ch' al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,
che ' l mio così cocente e fero vampo
non ponno ammorzar punto fonti o boschi;
ma ben seguirò sempre il mio bel sole,
poscia che nuova salamandra in foco
vivo lieta, mercè del divo raggio.

XXXIII- FIAMMA GENTIL CHE DA GL' INTERNI LUMI

Fiamma gentil che da gl' interni lumi
con dolce folgorar in me discendi,
mio intenso affetto lietamente prendi,
com' è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l' alta tue luce m' allumi
e sì soavemente il cor m' accendi,
ch' ardendo lieto vive e lo difendi,
che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,
caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l' età tarda farsi
noto che fosti tal, che stil più degno
uopo era, e che mi fu gloria l' amarti. [14]

XLVI – SPIRTO GENTIL, S' AL GIUSTO VOLER MIO

Spirto gentil, s' al giusto voler mio
non è cortese il cielo e amico tanto,
ch' io possa con ragion lodarvi quanto
me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio,
che ciò mi niega, rivolgendo in pianto
il mio già lieto e dilettoso canto,
per cui fan gli occhi miei sì largo rio.

Ma se fortuna mai si mostra amica
a le mie voglie, non dubito ancora
poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca
quant' è 'l valor, ch' in voi mio core onora,
piacciavi s' or lo riverisce e ama.

XLI – FELICE SPEME, CH' A TANT' ALTA IMPRESA

Felice speme, ch' a tant' alta impresa
ergi la mente mia, che ad or ad ora
dietro al santo pensier che la innamora,
sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa,
miro ivi lui, ch' ogni bell' alma onora,
e quel ch' è dentro, e quanto appar di fora,
versa in me gioia senz' alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale,
dolce, ch' inacerbir mai non potranno
quante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno,
che del mio ardir per aver merto uguale
più degno guiderdon non è che morte.

Tullia è petrarchista convinta, e non può essere altrimenti, visto che Petrarca è nel cinquecento il riferimento per tutti i rimatori, non è la sola cortigiana di questo periodo che si diletta a poetare, anzi si può dire che è in buona compagnia, e quasi tutte le donne poetesse di rilievo di quel periodo sono donne d’amore.
Tra le sue opere, la più famosa, è il “Dialogo della infinità d'amore” (1547), una divertente “conversazione amorosa” che finge d’intrattenere con Benedetto Varchi, uno dei suoi amanti.
L’ opera si innesta in una seguita moda cinquecentesca verso i trattati dialogici sull'amore, facendo emergere però un punto di vista “dalla parte delle donne” (efficace e analitico) che piace in particolar modo al pubblico femminile e colto del Cinquecento.
Alla contessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I dei Medici , e sua protettrice, dedica invece la raccolta delle Rime (1547), dove emerge chiaramente una raffinata e sensibile ispirazione petrarchesca.
Questa opera le valse l’esenzione dall’obbligo di indossare il velo giallo prescritto a tutte le cortigiane a Firenze.
Le Rime, sono poesie spesso d’occasione, che rivelano una buona cultura e un garbo civettuolo e ammaliante.
L’uso delle metafore è spesso artificioso e scontato, ma nel contempo la sua raccolta ha una importanza tutt’altro che trascurabile, perché rivela una notevole libertà di espressione, per la prima volta concessa ad una donna.
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Tullia parla con estrema disinvoltura del piacere fisico e delle gioie che è in grado di procurare all’amante, è raffinata e delicata interprete della poetica dell’eros.
Scrive il Téoli, nella sua prefazione all'edizione delle Rime del 1864: «Volemmo (…) dar un esempio della letteratura e dello stile delle belle italiane del secolo decimosesto. E crediamo che la Tullia farà loro onore per una certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa saporita fiorentinità, ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio coi Fiorentini, e singolarmente col Varchi».
Durante il suo soggiorno a Firenze, reinterpreta in ottave, il Guerin Meschino (1560), con l’intenzione di “dare un poema che niente avesse di lascivo, o di disonesto”, senza però riscuotere una particolare attenzione e successo.

Se la sua fama di cortigiana si manterrà alla spietata legge del tempo, sulla Tullia letterata scenderà ben presto un ingeneroso oblio.
Un oblio tardivamente ma egregiamente infranto nel 1957 da un poeta della straordinarietà di Salvatore Quasimodo che inserisce una poesia di Tullia, "Amore un tempo in così lento foco" (prima delle poesie inserite in questo post) nella raccolta da lui curata, Lirica d’amore italiana.
[ © LdV ]

testo TdA


Se volete conoscere tutte le opere in versione integrale di Tullia potete consultare i seguenti siti:

per il "Dialogo della infinità d'amore"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.22:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/

per le "Rime"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.23:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/

per il "Guerin Meschino"
http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.37:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/


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