Contessa di Dia (1140 – 1180?)

Beatriz_de_Dia_-_BN_MS12473La Contessa di Dia, figura misteriosa, una delle più note “trobaritz” della letteratura cortese sviluppatosi in Provenza nel XI-XII secolo, nasce presumibilmente nel 1140 a Die (Alta Provenza) con il nome di Beatritz (Beatrix).
Una bella e colta signora, moglie presumibilmente di Guglielmo II di Poitiers, conte di Valentinos che regnò tra il 1146 ed 1173, e fortemente legata con il “troubadours” Raimbaut d’Aurenga, e innamorata e amante   di Rimbaud d'Orange a cui dedicò le poesie d’amore. Non conosciamo quando e dove morì, ma nonostante la presunta breve vita, anche se la sua produzione pervenutaci è scarsa, è riconosciuta una figura importante della letteratura provenzale (lingua d’oc) per la sua capacità di aver dato alla poesia troborica sensibilità esistenziale ed erotica.

 


IL CUORE MI DUOLE PER UNA GRANDE PENA 

Il cuore mi duole per una grande pena
per un cavaliere che ho perduto 
e che questo sia risaputo, ora e sempre
che l’ho soddisfatto oltre la morte e la follia. 
Ora sono  da  lui  tradita,
come se il mio amore non fosse  abbastanza 
anche se l’ho appagato giorno e notte
a letto, e tutta vestita.

Il mio cavaliere, io lo vorrei
tenere  una sera tra le mie  braccia nude,
per bearlo e  appagarlo
gli farei da cuscino,
perché di lui sono molto infatuata 
più di quanto lo fosse Florio di Biancofiore:
io gli concedo il mio cuore e il mio amore,
la mia mente, i miei occhi, e la mia vita.

Mio bell’amico, valoroso e dolce,
quando sarete in mio potere
distesi uno accanto all’altro sul letto
a diposizione dei miei baci amorosi,
colma di grande gioia
vi terrei al posto di mio marito
cosi che non potrete rifiutarvi 
di far tutto ciò che io desidero.

[traduzione di LdV con la collaborazione di ALS]

 UN GRAN PENA LO COR ME DOL
(versione originale in lingua occitana)

En grand pena lo còr me dòl
per un cavalièr qu'ai perdut.
En tot temps aquò sià sauput
que l'ai contentat mòrt et fòl.
Ara per el soi traïda.
Tant d'amor es pas pro d'amor
quand l'ai contentat nuèit e jorn,
Al  lèit e tota vestida.

Mon cavalièr, ieu lo voldriá
téner un ser dins mos braces nuds
e que se'n tròbe el tresperdut,
de sol coissin li servirià.
Car d'el soi mai afolida
qu'èra de Floris Blancafor
li autregi mon còr e m'amor,
mon èime, mos uelhs, ma vida.

Bèl amic, avenent e doç,
quora seretz a mon poder
e colcats los dos tot planièr
a pòrt de mon bais amorós,
de grand gaug ieu comolada
vos tendrai en lòc de marit
tant que vos seretz pas desdit
de far çò que m'agrada.

 
Nei versi di Beatrice di Dia, a dispetto del contesto storico e sociale in cui viveva (siamo in pieno Medio Evo e in un ambiente nobile e raffinato),  si trova un linguaggio spregiudicato, coraggioso, diretto, poiché l’amore di cui parla, non è l’amore coniugale ne quello riconosciuto in qui tempi, ovvero finalizzato al matrimonio, alla fedeltà, alla sacralità dell’unione coniugale.
Non ci si trova quindi l’idealizzazione del sentimento, non sublimando il pathos e non idealizzando la persona amata ma quello invece del desiderio, del desiderio ardente della vicinanza, del contatto,  con una schiettezza e realismo senza veli.
In questa poesia la donna dichiara apertamente all’uomo il suo desiderio.
La richiesta è ardita, coraggiosa, e insieme pudica, perché sogna e desidera la sua disponibilità assoluta, la sua nudità, la sua accoglienza, la sua vicinanza.
Il mondo di Beatrice di Dia è quello dell’amor cortese, che cerca sempre di esprimersi apertamente, o con metafore non nascoste la carnalità dell’amore e la sacralità del piacere.
L’eros della poesia provenzale è tutt’altro che elementare, è un tentativo di sdrammatizzazione e  nel contempo è un tentativo di riconoscimento del ruolo della donna perno della sensualità e della magia dell’incontro passionale.
Nasce come un'esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale.
Tale ambivalenza è detta “mezura”, cioè la "misura", la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione.
Per questo motivo il concetto di amor cortese non può trovare ispirazione e realizzazione dentro il matrimonio, è esso adultero per definizione.
Esso è desiderio fisico, esclusivo e sacro: è la passione, è magica lussuria.

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